Il termine Buddista Anatman (Sanscrito) o Anatta (Pali) e’ usato come aggettivo, che specifica l’assenza di un se permanente e immutabile o di un’anima in ognuno dei costituenti dell’esistenza empirica.

Sostanzialmente significa “non-se'” ed e’ riferito all’assenza di natura propria di ogni fenomeno, di ogni manifestazione dell’energia, di tutte le componenti (aggregati, Skandha) della cosiddetta realta’. C’e’ un continuo fluire, un continuo cambiamento nella menifestazione dell’energia.

Nel Buddismo, ma anche nelle altre tradizioni, la natura ultima della realta (e nel Mahayana e nel Vajrayana Realta’ Ultima e Assoluta coincidono) e’ Vuoto ed Energia. Vuoto ed Energia sono in unione (esattamente come nello Shivaismo: Shiva Shakti).

Troviamo la piu’ antica descrizione dell’Anatman nel Samyutta Nikaya libro 3, verso 196: Radha:”Anatta, ho sentito, dire dal Venerabile: cosa significa questa parola?”, Gautama Buddha: “la forma e’ anatta (non-se’)), i sentimenti sono anatta, cosi tutte le percezioni, esperienze, coscienza (vinnana); questo e’ il significato della parola Anatta (o Anatman).” Questo approccio e’ identico a quello dell’Advaita Vedanta ed e’ la cosiddetta via negativa (apofatica). Nell’Advaita si dice: “l’Atman non e’ questo e non e’ quello” (neti neti)”. Sbagliano coloro che ancora vogliono vedere una contrapposizione di Induismo e buddismo su questo tema, anatman infatti non signica negare l’Atman (che nel Mahayana diviene il Tathagatagarbha). L’Atman e’ la pura Coscienza, oltre ogni dualita’, oltre ogni identificazione con il continuo mutare degli eventi, con il continuo fluire dell’energia. Il Tathagatagarbha e’, pero’ rispetto all’Atman, un concetto piu’ dinamico e significa “natura di Buddha” ma piu’ correttamente significa “potenzialita’ di Buddha”. La natura di Buddha non e’ cioe’ statica ma cresce attraverso le esperienze nei sei regni di esistenza (loka). C’e’ una valorizzazione della vita sin dai regni inferiori.

Nella tradizione Theravada, la sofferenza sorge quando si aderisce, si afferra uno degli aggregati, ossia un fenomeno qualsiasi, una manifestazione dell’energia qualsiasi, sia essa il pensiero, una sensazione o l’attrazione per una forma ecc. ecc., dunque la liberazione e’ vista come “non attaccamento”, come rinuncia ad afferrare gli oggetti della manifestazione. Nella successiva tradizione del Mahayana la liberazione e’ vista come il penetrare in profondita’ la vacuita’ di tutti i fenomeni (Prajnaparamitasutra: il Vuoto e’ forma e la forma e’ Vuoto), realizzando in questo modo la natura vuota di tutti i fenomeni. Anatman o anatta nei sutra e’ un concetto intercambiabile con Dukkha (sofferenza) e Anicca (impermanenza): “Tutti questi aggregati (Skandha) sono anicca, dukkha, e anatta.” (S.N.).

Nella filosofia buddista del piccolo veicolo possiamo notare che questo concetto spesso viene presentato come la negazione di un principio spirituale individuale, genericamente chiamato Se’ (Atta/Atman). Ma e’ evidente che tale confutazione risulta spesso condizionata da motivazioni polemiche, di conseguenza molti apologeti buddisti hanno finito con il trasformare il senso originario del non se’ (anatta/anatman) in un mero dogma.Se esaminiamo senza pregiudizi gli insegnamenti piu’ profondi dell’Advaita Vedanta o dello Shivaismo Kashmiro, si scopre che anche in quelle tradizioni viene affermata la natura illusoria dell’io dualistico. Daltronde se studiamo senza preconcetti le fonti piu’ antiche del Buddismo, possiamo evincere una sorprendente coincidenza di vedute con la spiritualita’ Hindu rispetto a questo tema.

Consultazioni:

Ananda K.Coomaraswami, Induismo e Buddismo; Joaquin Perez-Remon: Self and non self in Early Buddism, G Baroetto: Hevajratantra, Amadeo Sole’ Leris: La meditazione Buddista; Keith Dowman: La danzatrice del cielo; Il prezioso ornamento di liberazione dei Gampopa;Paul Williams: “il buddismo Mahayana”, Chogyel Namkhai Norbu “il tesoro della conoscenza che introduce alla contemplazione dell’Ati” (testo non in commercio); Wickipedia.

Dal forum di meditare.it