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Che cosa intendiamo con «retto»? Tutti desiderano il retto pensiero, ma che cos’è? Abbiamo bisogno di respirare consapevolmente, restare seduti consapevolmente e riflettere consapevolmente per evocare il retto pensiero e la retta parola.

Dev’essere davvero retto pensiero, perché può succedere che consideriamo retto il nostro pensiero quando invece è erroneo. Durante la seconda guerra mondiale la decisione di sganciare la bomba atomica fu ritenuta retto pensiero, ma lo era?

Come dovremmo pensare perché il nostro pensiero sia retto? Che cos’è la retta parola? Quale tipo di eloquio rende le nostre parole retta parola?

Con «retto» il Buddha intendeva morale ed etico. Moralità ed etica possono rappresentare un codice di condotta che ci piacerebbe accettare e seguire. Ci sono cinque insiemi di criteri che possono aiutarci a stabilire se qualcosa è retto o erroneo.
 

1) Sofferenza e felicità

Il primo insieme di criteri per determinare retto e sbagliato considera se una determinata cosa arreca sofferenza o felicità. Qualsiasi cosa arrechi sofferenza è sbagliata, qualsiasi cosa possa arrecare felicità è giusta.

Per usare questo insieme di criteri, dukkha e sukha, dobbiamo tuttavia ricordare che c’è differenza tra sofferenza e dolore, perché il dolore può essere inevitabile, ma ciò non significa che dobbiamo soffrire.
Per esempio, la separazione può essere dolorosa, ma se sei animato da un forte ideale, da una forte vocazione o aspirazione, puoi accettare la separazione allo scopo di realizzare la tua aspirazione.

Quando Siddharta se ne andò da casa dovette lasciare la moglie, il figlio, la famiglia, tutto, per accettare l’ardua vita di un asceta.

Potresti riuscire ad accettare di lasciare la famiglia e il comfort della vita quotidiana per impegnarti in un tipo di esistenza più difficile perché vuoi realizzare qualcosa di importante. Questo allevierà il dolore della separazione. C’è separazione, ma non c’è sofferenza.

La sofferenza non è cosa semplice. A volte il dolore è solo dolore e, quando riesci ad accettarlo, non soffri. Quindi deve esserci qualche differenza tra dolore o mancanza di comfort da una parte e sofferenza dall’altra.

Nemmeno la felicità è sempre una cosa semplice. C’è differenza tra felicità e piacere proprio come c’è differenza tra dolore e sofferenza. Molti di noi considerano il piacere felicità.

Se ti inietti nel corpo una dose di eroina provi piacere. Alcuni di noi si sentono molto felici bevendo parecchio alcol. C’è una sensazione di piacere, ma è davvero felicità? Quindi il piacere può essere diverso dalla felicità. Ci sono tipi di piacere che sembrano felicità, ecco perché dobbiamo guardare più a fondo. Il dolore non è esattamente sofferenza, non lo si può identificare con essa. E il piacere è diverso dalla felicità, non è esattamente la stessa cosa.

Immagina di amare il trekking e di praticarlo per un giorno intero. Continui a salire, ti senti accaldato e ti riempi di graffi. Dai l’impressione di soffrire, mentre ti dedichi a questa attività. Ci sono persone che preferiscono rimanere in casa a guardare la televisione, invece di fare trekking. Ma se ti stai arrampicando e stai gustando l’essere in montagna, quando pensi alle persone sedute nel proprio soggiorno a guardare la tv, un programma dopo l’altro, forse provi compassione per loro. Quindi chi è felice, chi fa trekking o chi guarda la televisione? Dipende.

Alcuni considerano sgradevole l’andare a scuola, e soffrono. Ma ci sono bambini e giovani che amano studiare e trovano la felicità nei propri studi. Quindi il fatto che frequentare la scuola sia dukkha o sukha dipende da te. È molto difficile utilizzare questo criterio di felicità o sofferenza per stabilire se andare a scuola sia giusto o sbagliato, quindi tale insieme di criteri non è sufficiente.
 

2) Benefico e non benefico

Si potrebbe pensare che le Quattro Nobili Verità affermino che ogni cosa che porta alla sofferenza è sbagliata mentre tutto quello che porta alla cessazione della sofferenza è giusto.

Ma dobbiamo guardare più a fondo nella natura della felicità e della sofferenza per capire meglio. Ecco perché abbiamo un altro insieme di criteri, chiamato «benefico e non benefico» o ciò che arreca benessere contrapposto a ciò che è nocivo.

Qualsiasi cosa sia benefica per te, la tua salute, la tua comprensione o il tuo apprendimento è positiva. E ciò che non è benefico è cattivo, sbagliato. Ottenere un’istruzione è benefico. Questo secondo insieme di criteri potrebbe quindi supportare l’andare a scuola e l’imparare. Quando bevi alcol ottieni piacere, ma sai che berne troppo ti nuocerà, non è benefico. Quindi questo insieme di criteri può aiutarti a vedere con più chiarezza.

Ci sono formazioni mentali che definiamo benefiche, quali gioia, compassione, perdono, comprensione e amore. Ogni volta che tocchi il seme della compassione, della gioia o della fratellanza dentro di te, esso si manifesterà come formazione mentale e ti renderà felice. Questo tipo di pratica contribuisce a sviluppare la tua gioia e la tua felicità.

Tali formazioni mentali benefiche sono presenti anche nei tuoi cari. Esistono quindi modi in cui puoi aiutare un’altra persona toccando queste formazioni benefiche dentro di lei affinché si manifestino e la rendano felice. E se l’altra persona è felice tu ne trarrai profitto. In base a questo insieme di criteri, dunque, ciò che è benefico e ciò che è non benefico determinano cosa è giusto e cosa è sbagliato.
 

3) Illuso o vigile

Esiste un altro insieme di criteri che possiamo usare, basato sul tuo essere illuso o vigile.

Quando la tua mente non è limpida non sei consapevole, dai un giudizio errato, prendi la decisione sbagliata e fai la cosa sbagliata. Immagina di essere sotto l’influsso di droghe o alcol. Non sarai perspicace, ti illuderai facilmente, e qualsiasi decisione tu possa prendere in quel momento, non potrà essere giusta.

Immagina di essere molto arrabbiato con tuo figlio. In quel momento la rabbia ti rende poco lucido, poco razionale. Se in un momento del genere redigi un documento affermando che non vuoi che tuo figlio erediti i tuoi beni, la tua decisione non sarà giusta.

Non fare nulla quando non sei consapevole e non hai la mente lucida. Aspetta di essere tornato in te e perfettamente consapevole, prima di prendere una decisione.

Illuso e vigile è un insieme di criteri che possono aiutare a stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato.
 

4) Aprire o sbarrare la strada

Un altro insieme di criteri di cui abbiamo bisogno consiste nel sapere quando aprire e quando sbarrare la strada.

Aprirsi significa che talvolta devi fare un’eccezione.

Immagina di non voler mentire. Sei convinto che dire la verità sia sempre positivo e dire una menzogna sia sempre sbagliato. Ma immagina che qualcuno stia cercando una determinata persona per ucciderla e venga a chiederti se l’hai vista e dove si sta nascondendo. Se dici la verità, l’altra persona verrà uccisa, quindi sei costretto a mentire dicendo: «No, non l’ho vista». Sei motivato dalla compassione e ti apri, permetti a te stesso di mentire e fare un’eccezione.

La moralità senza quel genere di destrezza e flessibilità mentali non sarebbe intelligente. Ecco perché aprirsi, fare un’eccezione, consentirla è una cosa molto importante da fare.

Il medico ha il diritto di raccontare una menzogna al paziente? Bisognerebbe dire la verità agli altri, ma ci sono vari modi per dirla. Se non dici la verità al momento giusto, nel posto giusto, l’altra persona potrebbe morire, nel sentirla. Ecco perché scegli il momento giusto per dirgliela, in modo che possa accoglierla senza subire uno shock troppo violento. Quindi come decidere se dire la verità o meno e come dirla in maniera abile è una cosa che un medico dovrebbe imparare.

Talvolta scegliamo di non dire la verità allo scopo di aiutare l’altra persona a sopravvivere. Quindi non è poi così semplice, anzi, è notevolmente complicato. Ecco perché ci serve una profonda comprensione per poter praticare l’aprire la porta e fare eccezioni.

Sbarrare la strada significa che a volte, persino quando una cosa non è intrinsecamente sbagliata, devi astenerti dal farla. Immagina di bere un bicchiere di vino ogni weekend. Bere saltuariamente un bicchiere ti procura piacere e negli ultimi trent’anni non ha nociuto al tuo corpo e tu non ti sei mai ubriacato. Adesso arrivi a un ritiro e le persone ti consigliano di astenerti completamente dall’alcol. Tu chiedi per quale motivo, visto che non ti ha fatto alcun male. Perché devi privarti di tale piacere?

Una volta, una signora in Inghilterra mi ha posto questa domanda: «Perché dovrei smettere di bere il mio bicchiere di vino? Non mi fa male e per me è un piacere». Le ho risposto: «Bene, so che hai perfettamente ragione quando dici che non ti fa alcun male. Ma i bambini tendono a fare quello che fanno i loro genitori. Se i genitori fumano, è probabile che i figli fumino. Forse non hai dentro di te il seme dell’alcolismo, ma uno dei tuoi figli potrebbe averlo. Smettere di bere significa sostenere i tuoi figli. Non è per il tuo bene ma per il loro bene».

Ecco cosa significa sbarrare la strada: vogliamo impedire una cosa nociva che potrebbe accadere in futuro.

Dovremmo bere con moderazione, ma il fatto è che se non bevi il primo bicchiere non rischi mai di berne un secondo o un terzo. Quindi astenerti dal prendere il primo bicchiere è sbarrare la strada. Tu potresti benissimo fare una certa cosa senza subire mai alcun danno, ma tuo fratello o tua sorella minore potrebbero fare altrettanto e restarne invece danneggiati.
Chi beve alcol e poi guida fino a casa arrivandovi sano e salvo è molto fortunato. Se dice: «Ho bevuto e sto benissimo» non si rende conto di essere stato solo fortunato. Quindi non bere alcol prima di mettersi al volante è sbarrare la strada, porre un ostacolo davanti a sé in modo da impedire futuri danni e sofferenza.
 

5) Apparenza e sostanza

L’ultimo insieme di criteri è apparenza e sostanza.

A volte non sembra che stiamo trasgredendo a una linea guida etica quando in realtà è così.

Immagina di trovarti laddove qualcuno sta tentando di uccidere un’altra persona; hai la capacità di intervenire per impedire il danno ma non lo fai. Pur non essendo un assassino stai violando il precetto di non uccidere. Non stai uccidendo direttamente ma lasci che l’omicidio abbia luogo. Lo si definisce «non intervento». Non intervieni, il che è un’azione tanto quanto l’agire per fare del male. Sei comunque responsabile delle tue azioni. Quando vedi una situazione simile dovresti intervenire. Non puoi dire: «Bene, non sono responsabile, non ero io quello che stava commettendo l’omicidio». Eri là e non sei intervenuto. Sei responsabile.

A volte siamo costretti a mentire per salvare una vita. Se non mentiamo commettiamo una trasgressione. A livello di apparenza, non mentire è la cosa giusta da fare, ma in termini di sostanza è sbagliato, perché se non menti l’altra persona morirà.

Questo è un insieme di criteri importante.

A livello di apparenza sembra giusto ma in termini di contenuto e contesto è sbagliato. A volte sei costretto a mentire. E a volte sei costretto a uccidere. È molto difficile.

L’etica applicata è una disciplina che studia come si possa ottenere un risultato morale in circostanze specifiche. Non riflettiamo semplicemente sul fatto che qualcosa sia giusto o sbagliato. Dobbiamo mettere in dubbio le norme prefissate per capire se il nostro comportamento è davvero etico.

Possiamo utilizzare questi criteri etici nella vita quotidiana. In fondo lavoriamo per trascendere tutti i criteri e le norme.
 

La filosofia etica buddhista può essere riassunta come segue

Sia il soggetto sia l’oggetto della percezione scaturiscono dalla coscienza in base al principio dell’interessere.

Gli esseri umani sono presenti in tutte le cose, e tutte le cose sono presenti negli esseri umani.

A livello fenomenologico, sembra che ci siano nascita e morte, essere e non-essere.

A livello ontologico, tuttavia, queste nozioni non possono essere applicate alla realtà.

La coscienza dinamica è definita energia del karma.

Tutto si evolve in base al principio dell’interdipendenza.

Ma esistono il libero arbitrio e la possibilità di trasformare.

Esiste la probabilità.

L’uno influisce sul tutto. E il tutto influisce sull’uno. Interessere significa anche impermanenza, non-sé, vuoto, karma e innumerevoli mondi.

La retta visione consente la retta azione, portando alla riduzione della sofferenza e all’aumento della felicità.

Felicità e sofferenza inter-sono.

La realtà assoluta trascende le nozioni di buono e malvagio, giusto e sbagliato.

(Da: “Le quattro verità dell’esistenza”, Thich Nhat Hanh)

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Thich Nhat Hanh su wikipedia
EsserePace.org – Thich Nhat Hanh
Fonte