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Indagando con cura sulla questione dell’identità scopriamo che la creazione di un « io » è un processo che si compie attimo per attimo. Osservando meticolosamente, possiamo esaminare la nostra esperienza e renderci conto che ogni attimo è fatto di tanti eventi microscopici — impressioni sensoriali fisiche, di sentimenti, percezioni, pensieri — che sorgono e passano in modo piuttosto semplice. Poi possiamo notare anche come vi si aggiunga un senso di identità, a generare un « io ». Ci identifichiamo con una qualche parte della nostra esperienza, la quale « possiede » i sentimenti, le convinzioni, la narrazione interiore e le storie che considera « io » e « mie ». Questa identificazione, questa visione di sé, appena nata genera subito l’illusione della separatezza, di « io » e « gli altri ». Il senso di sé e altro però non sono concreti, quanto non è diverso il Texas dall’Oklahoma quando ci troviamo in piedi sul confine fra i due stati. Se non ci aggiungiamo questa identificazione, l’esperienza di ogni attimo è soltanto quel che è: la cosa in sé, senza nessuno che la « possieda ».

Uno dei modi preferiti di Ajahn Chah di insegnare questa verità era di portare i suoi studenti a mettere in discussione la loro identità sociale. A volte cominciava semplicemente esagerando i nostri ruoli, presentandoci come macchiette di una commedia: « Quel monaco è il mio professore titolare, il nostro intellettuale residente. Ha due lauree, pensa tutto il tempo. Non so come faccia a entrarci tutta quella roba nella sua testa. Quell’altro monaco lo chiamiamo ‘Pisolo’: dorme tutto il tempo, anche da seduto. Quello là è invece un tipo tosto: gli piace battersi, è in conflitto con ogni cosa. E questo è il nostro monaco depresso, che non sorride mai; il mondo è davvero pesante e lui se lo porta in giro nella sua borsa da monaco. E io, io sono il maestro. Uno bravo ». Poi rideva con un gran senso di liberazione e diceva: « È semplice: siate coloro che conoscono, non coloro che possiedono ». Quando la mente pensante è tranquilla e l’attenzione accurata, all’improvviso cogliamo il non sé. Facciamo un passo e ci rendiamo conto che non c’è nessuno che «l’ha fatto », che c’è soltanto la sensazione del movimento del corpo che si accompagna a stimoli visivi, percezioni, impulsi. In noi nascono pensieri e opinioni, ma si pensano da sé e poi scompaiono « come bolle sulla superficie del Gange », dice il Buddha. Quando non ci aggrappiamo a essi, perdono la loro presa su di noi. Alla luce della consapevolezza, il sé costruito sull’identificazione si rilassa e ciò che resta da vedere non è che il processo della vita, né « sé » né « altro », soltanto la vita che si dispiega come parte del tutto.

A questo punto è essenziale notare che l’assenza di « sé » non nega né respinge in alcun modo la nostra esperienza. Non ci si disfa di nulla: le esperienze sono le stesse. Quel che cambia è che smettiamo di identificarci in esse, smettiamo di chiamarle « mie » o « io ». Alcuni si sentono cadere di dosso un gran peso e piangono di compassione per se stessi rendendosi conto del carico fittizio che si sono portati addosso tutto quel tempo. Più spesso, semplicemente, ci rilassiamo e scopriamo l’agio spontaneo che nasce quando lasciamo andare il senso limitato del « sé ».

(Da: Jack Kornfield, il Cuore Saggio)

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https://en.wikipedia.org/wiki/Jack_Kornfield
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