Il saggio non si addolora scoprendo la vera natura del mondo … la pace dello spirito non si può produrre col pianto e coi lamenti … quel che ci si aspetta è sempre diverso da quel che poi accade …

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  1. La vita in questo mondo è imprevedibile e incerta. La vita quaggiù difficile e legata alla sofferenza.
  2. Ogni essere vivente, una volta nato, è destinato a morire. Non c’è modo di sfuggire a questa sorte. Quando sopraggiunge la vecchiaia, oppure un’altra causa, allora c’è la morte. Questo è quel che succede agli esseri viventi.
  3. Come i frutti maturi sono sempre in pericolo di cadere, così anche gli esseri, una volta nati, possono morire in ogni momento.
  4. Proprio come i vasi di coccio fabbricati dal vasaio finiscono sempre per rompersi, così avviene con le vite dei mortali.
  5. Siano giovani o vecchi, saggi o stolti, tutti finiscono in potere della morte. Tutti gli esseri viventi si avvicinano alla morte.
  6. La morte sopraffà tutti. Tutti vanno all’altro mondo. Allora neanche il padre può salvare il figlio, né la famiglia i propri congiunti.
  7. Guarda: mentre i parenti osservano gementi, con le lacrime agli occhi, gli uomini vengono portati via a uno a uno, come animali condotti al macello.
  8. Così la morte e la degenerazione sono endemiche nel mondo. Perciò il saggio non si addolora scoprendo la vera natura del mondo.
  9. Non sappiamo quale via abbia preso il defunto, né donde sia venuto a questo mondo, né dove se ne sia andato dopo. Non ha senso addolorarsi per lui.
  10. Se chi si addolora ci guadagnasse qualcosa, pur comportandosi come uno sciocco che cerca di ferire se stesso, anche il saggio farebbe lo stesso.
  11. Ma la pace dello spirito non si può produrre col pianto e coi lamenti. Anzi, al contrario, questi arrecano solo più sofferenza e dolore.
  12. Chi si dispera diventa brutto, dimagrisce e punisce se stesso. E tutto questo non può far ritornare in vita il defunto: il suo dolore è inutile.
  13. La persona che non riesce a voltare le spalle al proprio dolore non fa che macerarsi nella sofferenza. I suoi stessi lamenti lo rendono schiavo del dispiacere.
  14. Guardate gli esseri che affrontano la morte, che trapassano secondo gli effetti delle loro azioni passate, che cominciano a tremare quando sono ancora quaggiù, quando si accorgono di essere nella trappola della morte.
  15. Quel che ci si aspetta è sempre diverso da quel che poi accade. Da ciò vengono solo grandi delusioni. Così va il mondo.
  16. Una persona può vivere cent’anni, e anche di più, ma alla fine verrà strappato all’affetto dei propri congiunti, quando dovrà lasciare la vita in questo mondo.
  17. Perciò dovremmo ascoltare e imparare dai nobili che rinunciano al loro dolore. Essi quando vedono che qualcuno, giunto al termine della sua vita, trapassa, dicono: «Non lo vedrò mai più».
  18. Chi desidera la propria felicità deve estrarre il dardo che si è conficcato nel petto, la punta della freccia del pianto, della nostalgia, dello struggimento.
  19. Chi riesce a svellere questo dardo, chi non dipende da nessuno, chi ha conquistato la tranquillità della mente, chi ha superato tutto il dolore, una tal persona, libera dal dispiacere, ottiene la pace.

(Sutta Nipata, III, 6 – perle.risveglio.net)

Il Sutta-Nipata, “Collezione di Discorsi”, è uno dei testi più antichi del “Canone Pali”, scritto quando la tradizione monastica non era ancora così forte. Fu creato dai fedeli e si rivolge a tutti, non solo a monaci o monache.

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http://www.canonepali.net/snp/snp_index.htm
https://en.wikipedia.org/wiki/Sutta_Nipata