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Il Gatto del Dalai Lama

Leggi l’inizio del libro di David Michie “Il gatto del Dalai Lama”

La prima volta che mi è venuta in testa l’idea di questo libro era un’assolata mattina himalayana. Me ne stavo sdraiata al mio solito posto sul davanzale della finestra del primo piano – un punto di osservazione perfetto, che mi garantiva il massimo del controllo con il minimo dello sforzo – intanto che Sua Santità dava udienza privata a un discepolo.

Sono troppo discreta per farvi il nome della persona in questione, perciò mi limiterò a dire che è una famosissima attrice hollywoodiana. Sapete, quella bionda naturale che si dà un gran daffare con le opere di beneficenza a sostegno dell’infanzia ed è nota a molti per la sua passione per gli asini? Si, proprio lei!

E’ stato mentre si voltava per abbandonare la stanza, con un ultimo sguardo alla finestra e alla splendida vista delle montagne con le loro cime innevate, che si è accorta di me per la prima volta.

«Oh, che tenero!» Si è avvicinata per farmi una carezza sul collo, che ho accolto con un ampio sbadiglio, stiracchiando le zampe anteriori in segno di riconoscenza. «Non sapevo che avesse un gatto!», ha esclamato.

Mi stupisco sempre di quante persone facciano la stessa osservazione, anche se non tutti dimostrano la propria sorpresa sfacciatamente come gli americani. Perché mai Sua Santità non dovrebbe avere un gatto? Sempre che l’espressione avere un gatto sia adatta a descrivere la nostra relazione.

Oltretutto, chiunque sia dotato di una buona capacità di osservazione saprebbe riconoscere la presenza felina nella vita di Sua Santità, se non altro per i peli vaganti e qualche baffo occasionale che è mia cura lasciare sulla sua persona. Se aveste il privilegio di avvicinarvi così tanto al Dalai Lama da riuscire a osservare con attenzione i suoi abiti, quasi sicuramente scoprireste qualche bel ciuffetto di peli bianchi, a conferma del fatto che, ben lungi dal vivere da solo, egli condivide il suo spazio privato con una gatta dal lignaggio impeccabile, anche se non documentato.

È stato proprio per via di questa scoperta che il corgi della regina Elisabetta ha reagito in modo tanto intemperante, durante la visita di Sua Santità a Buckingham Palace. Evento che, stranamente, è passato inosservato ai media di tutto il mondo.

Ma sto divagando.

Dopo avermi accarezzata sul collo, l’attrice americana ha chiesto: «Ha un nome?»
«Oh, sì, ne ha molti» ha riposto Sua Santità con un sorriso enigmatico.

E’ vero. Come accade a molti gatti domestici, mi sono guadagnata diversi nomi, alcuni più usati, altri meno. Ce n’è uno in particolare che non mi va per niente a genio. Conosciuto dai membri dello staff di Sua Santità come il mio nome di ordinazione, è un nome che il Dalai Lama non ha mai usato, almeno non nella sua versione completa. Ed è un nome che non ho intenzione di rivelare finché campo. O, insomma, non in questo libro. Be’, sicuramente non in questo capitolo.

«Se solo potesse parlare!» ha continuato l’attrice. «Di certo ha una grande saggezza da condividere».
E’ così è stato piantato il seme.

Nei mesi successivi ho guardato Sua Santità lavorare a un nuovo libro: le ore trascorse a sincerarsi dell’interpretazione corretta dei testi; il tempo e la cura spesi per accertarsi che ogni parola scritta fosse il più possibile carica di significato e di utilità. E sempre più ho cominciato a pensare che fosse arrivato anche per me il momento di scrivere un libro tutto mio, che contenesse tutta la saggezza che ho avuto modo di apprendere sedendo non semplicemente ai piedi, ma ancora più vicino, in grembo al Dalai Lama. Un libro che raccontasse la mia storia. La storia di come sono passata dalle stalle alle stelle, o meglio, dal cassonetto al tempio. Di come sono stata salvata da un destino troppo orribile anche solo da immaginare, per diventare la compagna di vita di un uomo che non è semplicemente uno dei maggiori leader spirituali del mondo nonché premio Nobel per la Pace, ma anche un mago nell’aprire le scatolette.

A pomeriggio inoltrato, quando mi accorgo che ormai sono troppe le ore che Sua Santità ha trascorso alla scrivania, spesso salto giù dal davanzale, trotterello fino al posto in cui sta lavorando e struscio il mio corpo impellicciato contro le sue gambe. E se questo non basta ad attirare la sua attenzione, affondo i denti, educatamente ma con precisione, nella tenera carne delle sue caviglie. Funziona sempre. Il Dalai Lama allontana con un sospiro la sedia, mi solleva tra le sue braccia e si avvia alla finestra. E quando guarda nei miei grandi occhi blu posso leggere nei suoi un amore così immenso che non riesco a smettere di sentirmi piena di gioia.

A volte mi chiama “la mia piccola bodhigatta”, un gioco di parole con il termine sanscrito bodhisattva, che i buddhisti riferiscono agli esseri illuminati.

Insieme guardiamo fuori lo splendido paesaggio che si snoda lungo la valle del Kangra.

Una brezza leggera trasporta attraverso la finestra aperta il profumo dei pini, delle querce himalayane e dei rododendri, e dona all’aria un’aura di purezza, quasi di magia. Nel caldo abbraccio del Dalai Lama tutte le distinzioni scompaiono: tra osservatore e oggetto dell’osservazione, tra gatta e lama, tra l’immobilità del crepuscolo e le mie fusa profonde.

E sono questi i momenti nei quali mi sento profondamente grata di essere la gatta del Dalai Lama.

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