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Popol Vuh, il libro Sacro dei Maya Quiché – Daniela Folco

Il Popol Vuh è un libro in cui perdersi, da usare come se fosse una meditazione. Sbaglia chi lo legge alla luce della razionalità: è un testo sacro degli antichi Maya, un tramite tra questo mondo e l’imponderabile. Conduce nel profondo di noi stessi. Stupisce per la freschezza e ci ricarica di forza vitale.
 

Introduzione

Come affermano gli studiosi che hanno decifrato l’ultima pagina del Codex Dresdensis, risalente al XIII secolo, il 21 dicembre 2012 è una data speciale perché secondo l’antico testo maya, conservato nel museo di Dresda, questo giorno segnerebbe la fine di un’era. Inoltre anche un’iscrizione, trovata nel 1958, nel sito archeologico di Tortuguero, stato di Tabasco, Messico, riporta la data del 2012.

Popol Vuh, il libro Sacro dei Maya Quiché, a cura di Daniela Folco, Edizioni Simone

Si può scegliere di non impensierirsi e di proseguire nell’illusione di una crescita economica inarrestabile. Eppure già ci sono i segni della crisi. Lasciamo che lo sfruttamento del pianeta continui a pieno ritmo, non curiamoci dell’acqua che scarseggia, chiudiamo gli occhi e il cuore di fronte alle diseguaglianze, alla povertà crescente. Non pensiamo all’inquinamento. Molte specie animali sono in via di estinzione: che importa? Si continui la deforestazione perché l’ideologia imperante impone un modello consumistico in continua espansione. Ma fino a quando?

In quest’ottica e in base al fatto che il concetto di “sviluppo responsabile” non è affatto condiviso, ciò che dicono i Maya non sembra poi tanto strampalato. Andando avanti così non ci può essere che un cammino verso la catastrofe.
C’è, però, un altro modo di considerare il 21 dicembre 2012. Potrebbe segnare, questo punto nel tempo, l’inizio di una fase di rinnovamento, per acquisire una nuova consapevolezza. E forse i Maya, dai recessi del passato, integri e forti, ancora collegati al mondo naturale, ci vengono ora incontro con la loro saggezza ancestrale. Alla fine di un ciclo, spiega l’iscrizione di Tortuguero, una misteriosa divinità maya, Bolon Yokte, scenderebbe dal cielo. Il dio è associato alla guerra, ma anche alla rinascita. Il suo arrivo potrebbe segnare la nascita di un mondo nuovo.
 

Calendario maya

Per questa profezia occorre risalire al calendario dei Maya basato sulle loro approfondite conoscenze astrologiche. Sembra fossero ossessionati dal tempo: date, ore, nomi di giorni sono stati ritrovati in moltissimi reperti, dalle comuni suppellettili a cornicioni, statue, iscrizioni varie.
Usavano due calendari, i Maya: quello religioso ereditato dagli Zapotechi di 260 giorni e un altro di 360 più cinque giorni, che era quello astronomico. Ci volevano 52 anni solari perché i due calendari combaciassero e tale giorno era considerato molto negativo: ciò avverrà il 21 dicembre 2012.
Il Calendario era legato ai corpi celesti: il Sole, la Luna, i Pianeti, che segnano il trascorrere del tempo. Il giorno, il kin, è la prima unità di misura. Il Sole esce all’alba dai mondi sotterranei, solca il cielo, e infine tramonta. Venti kin costituiscono uno uinal, un mese di venti giorni; diciotto uinal erano un tun, un anno; venti tun un katun, venti anni; venti katun un baktun, un ciclo…
In sintesi, l’insieme di tanti periodi rappresentava un’era. Il tempo veniva perciò diviso in ere e l’ultima, la quinta, sta per finire: nel codice di Dresda il calendario Maya finisce proprio con la data: 21 dicembre 2012.
 

Altri misteri

Chi siamo, da dove veniamo, dove finiremo? Anche se ancor oggi queste domande sono valide per ciascuno di noi, senz’altro lo sono state per gli antichi Maya, la cui storia è avvolta nell’oscurità.
Chi erano dunque i Maya? Da dove venivano? Erano forse uomini che avevano superato lo stretto di Gibilterra, antenati degli Egiziani, visto il possibile confronto fra le piramidi maya e quelle egizie? O forse venivano dal Nord, ed erano di ceppo vichingo? O forse ancora appartenevano a popolazioni mongole passate attraverso lo stretto di Bering? Ma potevano anche giungere dalla remota India, dalla Polinesia, dalla Melanesia, dalla Tasmania.
Non ci sono risposte a queste domande perché la storia dei Maya si perde nella notte dei tempi. Di certo si sa che circa tremila anni fa numerose tribù vivevano su una vasta area comprendente parte del Messico, la pianura meridionale, la penisola dello Yucatán, le alture del Chiapas e parte del Centro America, Guatemala, Belize, Honduras, El Salvador.

Nel libro di Sylvanus Morley, The Ancient Maya (1946), la storia dei Maya viene suddivisa in tre periodi:
̶ preMaya dal 3000 a.C. al 317.
̶ Vecchio Impero, o periodo classico, dal 317 al 987.
̶ Nuovo Impero dal 987 al 1697.

Sembra che i Maya siano giunti nello Yucatán fra il 3000 e il 1000 a.C., al termine di lenti spostamenti attraverso il territorio messicano.
Verso il 2000 a.C. si sarebbe diffusa la coltivazione del mais, che avrebbe avuto come effetto lo stabilirsi di villaggi permanenti, quindi il fiorire di importanti centri come Uaxactún, Copán, Palenque, Yaxchilán, Tikal.
È questo il periodo del massimo splendore della civiltà maya come testimoniano splendidi monumenti, straordinari oggetti di oreficeria, suppellettili raffinate.
Poi, all’improvviso, davvero il mistero. Nessuno è riuscito a fornire una risposta certa al seguente quesito: perché si assiste verso il 900 all’inizio dell’inarrestabile decadenza della civiltà maya?
Molte città vennero abbandonate e la foresta ricoprì i sacri templi. Gli storici ne attribuiscono la causa a calamità naturali, a probabili epidemie, alle guerre e alla conseguente malnutrizione, o a rivolte contro la classe dominante. Quindi vennero le invasioni da parte di popolazioni straniere, i Toltechi. Sorse così la civiltà maya-tolteca. In seguito, all’egemonia tolteca si sostituì quella della lega di Mayapán.
Da allora ha inizio il periodo della disintegrazione, caratterizzato da lotte interne tra varie città e dall’arrivo degli Spagnoli.
Hernán Cortéz distrusse Tenochtitlán nel 1521: il loro territorio fu trasformato in una provincia tra il 1527 e il 1546.
La data finale della civiltà maya fu comunque il 1697 quando il governatore spagnolo dello Yucatán, Martín de Ursua, conquistò l’ultima città dei Maya, Itzá.
Statue, porcellane, case, templi, libri e codici: tutto venne distrutto in un saccheggio che durò dalle cinque del mattino alle nove di sera.
 

Dalla distruzione una luce: il Popol Vuh

Si tratta di un testo scritto in lingua quiché, una tribù Maya, ma con l’alfabeto latino, in cui sono serbati racconti relativi alle tradizioni religiose, alla storia dei Maya Quiché sotto forma di mito, e che comprende alla fine del libro una cronologia dei loro capi fino al 1550.
L’autore ha scelto di rimanere anonimo, forse perché ai tempi bisognava sfuggire alla violenza dei conquistatori spagnoli. Si suppone sia uno tra i tanti indigeni del Guatemala che avevano imparato a trascrivere in lettere latine testi in lingue e dialetti locali.
Così, fra le montagne del Guatemala, qualcuno raccolse le memorie della sua gente secondo i racconti orali che di generazione in generazione erano stati tramandati. Li compose su fogli di corteccia e di padre in figlio il Popol Vuh venne salvato.
 

Altri prodigi

Il libro sacro dei Maya era stato dunque preservato, ma ci voleva un prodigio affinché tornasse alla luce. E quel prodigio si avverò grazie all’intervento di un frate domenicano: padre Francisco Ximénez.
Questo frate lo scoprì agli inizi del secolo XVIII quando risiedeva nella parrocchia di Santo Tomás a Chichicastenango, in Guatemala.
Riuscì ad ottenere il manoscritto del Popol Vuh che tradusse in spagnolo con il titolo Historias del Origen de los Indios de esta Provincia de Guatemala.
L’originale è andato perso, forse perché il domenicano, dopo averlo trascritto, deve averlo restituito.
Ma la storia del Popol Vuh è piuttosto intricata. Anche Se lo Ximénez, esperto filologo, si era reso conto del valore del testo, la sua traduzione venne a lungo ignorata e rimase misteriosamente celata fra i volumi dell’Università di San Carlos, a Città del Guatemala. La biblioteca dell’università l’aveva acquistato nel 1830 in seguito alla chiusura dei monasteri.
Fu solo verso la metà del secolo XIX che gli studiosi lo riportarono in vita facendolo conoscere al vasto pubblico. Si deve infatti all’abate francese Brasseur de Bourbourg la pubblicazione della traduzione integrale nel 1861. Notevole anche l’apporto del dottore viennese Karl von Scherzer che lo pubblicò a Vienna nel 1857.
Così a poco a poco il Popol Vuh fu riscoperto, tanto che apparve in varie versioni.
Comunque, la più aderente al testo originale è quella dello Ximénez, cui seguono per importanza quella in francese di Brasseur de Bourbourg e quella di Adrián Recinos in spagnolo.
Il Recinos, uno studioso del Guatemala nonché importante diplomatico, lo scoprì nella Newberry Library di Chicago e lo tradusse nel 1947 con il titolo Popol Vuh: las antiguas historias del Quiché.
Il testo della presente traduzione si rifà soprattutto a quest’ultima versione e all’illuminante interpretazione che di essa ha fornito Ralph Nelson nel libro Popol Vuh, the Great Mythological Book of the Ancient Maya, pubblicato dalla casa editrice Houghton Mifflin Company, Boston, nel 1976.
Un’altra versione assai interessante è quella di Dennis Tedlock, docente di antropologia, linguista ed etnografo, pubblicata nel 1986 dalla casa editrice Simon&Schuster col titolo Popol Vuh: the Mayan Book of the Dawn of Life.
 

Come accostarsi al Popul Vuh

Per gli antichi Maya il fato era un fattore preponderante nella vita. Ne condivido la posizione: per trent’anni un libro, il Popol Vuh, acquistato a Città del Messico, ha viaggiato con me, subito vari traslochi, generazioni di gatti hanno strofinato il muso sulla sua copertina, e sempre mi ha osservato dagli scaffali mentre mi affannavo a scrivere entrando in quella magia che lo scrittore cerca di dominare.
E ora, in prossimità dell’arrivo della fatidica data, che segnerebbe la fine di un periodo, ecco che mi è concessa la possibilità di lavorare su questo testo prezioso. Un segno? Ma certo. È il segnale che un ciclo è finito e ne sta per iniziare un altro. Non è forse questo che le storie dei Maya cercano di dirci?
C’è sempre spazio per una rinascita, come evidenzia la storia dei due gemelli eroi Hunahpú e Xbalanqué.
Il Popol Vuh è un libro in cui perdersi, da usare come se fosse una meditazione. Sbaglia chi lo legge alla luce della razionalità: è un testo sacro, un tramite tra questo mondo e l’imponderabile.
Sono anche convinta che offra risposte per molti quesiti.
Come affrontare il dolore, ad esempio? Occorre diventare un eroe, proprio come Hunahpú e Xbalanqué. Perché c’è un solo modo per districarsi nella giungla dei tormenti che possono affliggerci: il coraggio di rimanere vivi nonostante tutto.
Anche se in molte pagine del Popol Vuh è il mondo di Xibalbá, l’universo della Morte, degli Inferi, a dominare con le terribili creature che lo popolano, è pur sempre la vita che ci parla con la sensibilità di antichi progenitori che la civiltà moderna ha cercato invano di cancellare.
È pure questo un nuovo prodigio: cadere in un mondo magico, dove uomini con cerbottane in spalla si aggirano nella foresta pluviale, incontrano puma, giaguari, pappagalli dalle variopinte ali, sparvieri, gufi, tartarughe… Insomma hanno a che fare con il profondo mistero del nostro eterno viaggio.
Chiaramente noi, chiudendo gli occhi, solo un attimo riusciamo a sentire gli odori, i suoni della foresta, e le voci degli antichi guerrieri. Però basta una frase, un’immagine perché nel profondo del cuore ci sia un contatto con un essere lontano mille e mille e mille anni ancora, quell’uomo maya che tenta di insegnarci qualcosa. E lo fa soprattutto con una forza evocativa delle parole che nessuna traduzione riesce a sminuire.
Le immagini sono potenti talismani. Ho cercato di evidenziarle inserendo nel testo vari a capi. Del resto, nella lingua originale i concetti sono sintetizzati in pochi segni, quasi sempre racchiusi in una o due righe.
Ho scelto poi di cercare il nucleo poetico del testo, di eliminare alcune ridondanze, chiarire i concetti con maggiori dettagli e di abbreviare il Popol Vuh come Ralph Nelson: il libro si conclude con la nascita delle popolazioni Quiché risparmiando, quindi, al lettore una parte finale che contiene storie legate alla migrazione delle tribù, ai riti religiosi, alle guerre e lunghi elenchi di regni e generazioni. Però, a differenza di Ralph Nelson, non ho potuto tralasciare l’episodio relativo alla creazione degli uomini di mais.
Certo, si rimane stupiti che la narrazione dopo le vicende di Hunahpú e Xbalanqué riprenda il tema della creazione dell’uomo, che rimane a lungo posposto. Dal punto di vista della tecnica letteraria ci confrontiamo con uno dei primi flashback della letteratura.
Tornando alle scelte redazionali, ho anche deciso di non dividere in parti e in capitoli il testo per rispettare la struttura originale.
In origine il Popol Vuh doveva essere recitato durante particolari cerimonie: da qui il suo significato esoterico, comprensibile per un Maya, ma sfuggente purtroppo a noi, uomini civilizzati.
Le storie narrate sembrano di facile comprensione solo se ci si ferma in superficie, perché tutto è simbolico e ogni singola parola riporta a un glifo. Dall’insieme sorge il quadro della profonda visione del mondo dei Maya. Ma a noi non è dato condividerla. Come potremo del resto capire, né tantomeno accettare pratiche religiose come i sacrifici umani?
Nel libro c’è più di un riferimento a riti sacrificali: il gigante Cabracán viene legato e seppellito, Hunahpú strappa il cuore di un uomo e lo getta sull’erba ancora palpitante. E sappiamo che era una pratica frequente presso i Maya. Molte le incisioni, i dipinti murali o le rappresentazioni su oggetti che ce ne parlano.
Ci sono però punti di contatto. Per esempio, è straordinario come anche nel Popol Vuh si giunga al mondo degli Inferi attraversando acque pericolose. Omero, Virgilio e Dante usano lo stesso espediente narrativo.
Che dire poi del rapporto con la morte, un argomento che tentiamo di dimenticare mentre per i Maya era il fulcro della loro religione?
La morte è vista come meschina e traditrice. È un potere malefico con tanti assistenti.
Di straordinaria efficacia sono nel Popol Vuh le descrizioni dei mali con cui questi sicari colpiscono gli uomini: certi li riducono a pelle e ossa tanto che periscono di consunzione, altri li rendono gonfi di pus fino a quando gli scoppiano le vene, altri ancora li assaltano, ne schiacciano il petto finché muoiono vomitando fiumi di sangue.
Tuttavia, non ci sono barriere tra i vivi e i morti. Continuo è il flusso tra la vita e la morte.
Nel creato c’è un filo sottile che lega tutti. Gli antenati influenzano il mondo dei viventi e nulla realmente perisce. Da un albero spoglio, su cui è appeso un teschio, nasceranno tanti frutti. Le ossa macinate dei gemelli Hunahpú e Xbalanqué, gettate nella limpida corrente, daranno vita a due giovani.
Altri importanti insegnamenti trasmessi dal libro sono che tutto ciò che esiste è vivo e consapevole e ciascun elemento vivente fa parte del tutto. Da qui il senso di fratellanza fra gli esseri. L’uomo coesiste con le rocce, le piante e gli animali, ma non è al centro dell’esistenza.
La storia di Vucub-Caquix e dei figli è emblematica. Il Gigante vuole dominare, essere la creatura più importante, e verrà punito per la boria e per la cieca avidità.
Del resto, anche gli uomini di legno subiscono lo stesso destino perché vengono meno al sacro concetto di fratellanza che lega ogni cosa.
Gli animali intervengono, in veste di aiutanti magici, a favore di vari protagonisti della storia: dai due gemelli eroi a Ixquic, che non viene sacrificata dai gufi messaggeri dei Signori di Xibalbá. E ciò avviene per il riconoscimento del legame che s’instaura tra i protagonisti “positivi” di questo universo narrativo.
Il Popol Vuh, tramite il suo racconto allegorico, offre improvvisi squarci sul significato della nostra esistenza e sui nostri limiti. L’uomo non può capire l’essenza delle cose. La nebbia gettata dagli dei sugli occhi dei primi esseri per sempre ci ha privato di una visione profonda. Però si può imparare dall’esperienza perché tutto ciò che avviene è già avvenuto e accadrà di nuovo. Come non capire allora che siamo fragili e che solo considerandoci come animali sociali che si prendono cura della Madre Terra potremo proseguire il cerchio di morte-rinascita-continuità?
Non nascondo che immergersi in queste pagine è stato gratificante ma ha comportato momenti di inquietudine. Venire a contatto con le cadenze ritmate delle parole, e soprattutto con la ripetizione dei concetti, in narrativa questo espediente letterario viene definito parallelismo, è stato come subire una specie di incantesimo. La spiegazione è semplice, questo stile particolare è dovuto al fatto che il Popol Vuh veniva recitato di fronte a un pubblico e sembra se ne traessero auspici.
Spesso, nonostante consultassi le versioni inglese, francese, spagnola, i dubbi non si chiarivano. Allora non rimaneva che guardare la distesa del mare e usare la seguente invocazione maya riportata da Dennis Tedlock nel libro Popol Vuh: the Mayan Book of the Dawn of Life.

Fate che non ci siano errori!
Cuore del Cielo, Cuore della Terra,
vi prego,
datemi la forza, datemi il coraggio
nel cuore, nella mente,
voi che siete montagna e pianura per me.
Fate che non sbagli e riporti il vero,
e che queste parole del Popol Vuh
siano chiare come l’alba,
e che la rievocazione dei tempi antichi
sia salda nel mio cuore e nella mente;
cancellate ogni sbaglio,
antenati, progenitori,
e voi, spiriti di chi è stato,
voi che parlate con Cuore del Cielo e Cuore della Terra,
datemi tutta la forza
per ciò che ho intrapreso.
 

In conclusione

Nel Popol Vuh esistono tutte le risposte: per i Maya l’esistenza era ciclica, il passato ritorna e le domande sono sempre le stesse: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo?
I due gemelli Hunahpú e Xbalanqué interrogati dal gigante Cabracán rispondono: “Non sappiamo chi siamo”.
Agiscono e sono. Muoiono e rinascono, poi diventano stelle.
In tutto il libro c’è una forte attesa dell’alba, della luce che è pura vibrazione, energia.
Prima che il mondo sia creato, è il buio a fare da padrone e buio è il regno di Xibalbá, quello dei Signori della Morte. Morte e vita si contendono il palcoscenico sulla Terra. E noi lo vediamo, l’antico guerriero maya, salire i gradini della piramide, circondata, a Tikal, dalla foresta. Indica il cielo, il suo braccio si confonde con la prima luce dell’alba, indica la vita che sconfigge la morte.
La risposta che ci offre il Popol Vuh serve a rinascere per entrare nel vortice della forza universale che tutti ci accomuna.

Daniela Folco
 

Popol Vuh

Prima che il mondo venisse creato, regnavano la calma assoluta e il silenzio totale.
Non esisteva nulla, non c’era nulla.
Le cose non erano state ancora aggregate, e non c’era traccia del volto della Terra.
C’era solo una distesa d’acqua immobile e un vuoto immenso nel cielo.
Non c’erano uomini o animali, non c’erano uccelli o pesci e nemmeno crostacei. Alberi, pietre, caverne, crepacci, cespugli, foreste, proprio non esistevano.
Non c’era nulla che potesse ruggire o correre, vibrare o lanciare stridii nell’aria.
Non v’era nulla in piedi; solo un grande vuoto, calma piatta, una immensità d’acque, unica e senza vita.
Nulla esisteva.
C’erano solo immobilità e silenzio nell’oscurità, padroni del buio.
In questa buia coltre aspettavano la Creatrice, il Creatore. Attendevano Tepeu, il Modellatore, Gucumatz, gli Antenati.
Stavano lì, nella vastità, celati sotto piume verdi e azzurre, soli e incoronati di luce.
Loro sono la conoscenza. Loro sono quelli che possono concepire e portare alla luce una creatura dal nulla infinito.
Ed era giunto il tempo, ormai.
I Creatori discutevano a fondo nell’oscurità.
Argomentavano, parlavano, si preoccupavano, analizzavano, sospiravano vagliando ciò che doveva accadere; unirono le loro parole e i pensieri: deliberarono.
Progettarono la nascita degli alberi e dei cespugli, parlarono di come far strisciare e far balzare le creature, fecero congetture sulla creazione dell’uomo.
Mentre meditavano, divenne chiaro che quando sarebbe giunta l’alba, doveva apparire l’uomo.
A tutto il creato pensarono i Creatori, analizzando ciascun dettaglio finché parole e pensieri si cristallizzarono e divennero una cosa sola.
Cuore del Cielo, che è anche chiamato Huracán, era là e, nell’immenso buio, la creazione venne progettata.
“Così sia fatto! Che il vuoto si riempia!” dissero gli Antenati. “Che l’acqua si ritiri e che la Terra mostri il suo volto! Che la luce irrompa dal buio eterno, che il cielo si riempia del chiarore dell’alba! Che a nostra gloria un uomo avanzi su un sentiero fra gli alberi!” così dissero.
“Terra!” urlarono i Creatori.
Gridarono quel nome una volta sola, ed ecco la Terra sorgere dalle acque e dalla nebbia.
Dagli infiniti spazi nebbiosi, subito apparvero le montagne e crebbero.
Con quest’unica parola furono formate, dopo le montagne, le valli; i cipressi e i pini germogliarono; i torrenti iniziarono a scorrere fra le tonde colline.
I Creatori furono colpiti da tanta bellezza ed esclamarono: “Una creazione perfetta!”
Poi i Creatori si chiesero: “Ma questo silenzio nei boschi, sotto i pampini, nei campi, dovrà durare sempre? Sarebbe meglio che d’ora in poi ci fosse qualcuno a custodirli.”
E subito ci furono i Guardiani dei Boschi, i figli delle montagne, i cervi, e poi ci furono i Guardiani delle macchie, i serpenti, i giaguari, i piccoli uccelli.
Allora i Creatori dettero a ciascun animale una tana: “Voi, cervi, dormirete nei campi vicino alle rive dei fiumi e fra i dirupi. Vivrete fra le macchie e i pascoli. Nei boschi vi moltiplicherete. Camminerete su quattro zampe ed esse vi sosterranno. Così sia!”
Ciò dissero. Poi pensarono anche agli uccelli piccoli e grandi.
“Voi uccelli, invece, spiccate il volo. Vivrete sugli alberi e sulle viti. Là farete i nidi, là vi moltiplicherete, là vi diffonderete sui rami degli alberi e delle viti, riempirete l’aria con i vostri piccoli.”
I Creatori parlarono a ciascuna creatura, a una a una, assegnando a ognuna un posto.
Uccelli, animali, serpenti e giaguari si incamminarono verso nidi e tane.
Dopo aver assegnato a ciascuno il suo posto, gli Antenati chiesero loro di parlare.
“Parlate, gridate, garrite!” dissero loro i Creatori. “Ognuno si esprima nella sua lingua, secondo la sua specie. Parlateci, dunque!”
Ma dalle loro gole sorse solo un immenso frastuono.
“Non così!” urlarono i Creatori. “Pronunciate il nostro nome, innalzate al cielo il nostro nome. Gridate: Huracán, Chipi-Caculhá, Raxa-Caculhá, Cuore del Cielo, Cuore della Terra, Creatrice, Creatore, Modellatore, Antenati. Fate in modo che la vostra lode piova su di noi, ci inondi, invocateci, adorateci!”
Ma i Creatori non potevano farli parlare come uomini.
Il chiasso solo aumentò. Loro riuscivano solo a gracchiare, sibilare, chiocciare, stridere.
Ciascun animale era come sordo: non poteva capire l’altro, non erano capaci di pronunciare il nome dei Creatori.
Quando i Creatori se ne accorsero, si resero conto che bisognava fare qualcosa. Parlarono al giaguaro e al tacchino, e a tutti gli altri. E dissero: “Abbiamo cambiato idea. Dal momento che non sapete parlare, sarete annientati. Potete tenervi pure le vostre tane e i nidi o i rifugi presso le rive dei ruscelli, ma dal momento che non potete pronunciare il nostro nome, creeremo degli esseri più obbedienti in grado di farlo. Il vostro destino è cambiato: la vostra carne sarà fatta a pezzi.”
Gli animali della Terra vennero sacrificati, sarebbero stati uccisi e mangiati.
“Dobbiamo tentare ancora! L’alba si avvicina!” dissero quindi i Creatori.
E i Creatori tentarono di nuovo, con del fango fecero la carne dell’uomo.
Ma subito si accorsero che il tentativo era fallito. Avevano creato qualcosa di molliccio che si scioglieva al contatto con l’acqua.
Quelle figure, incapaci di muoversi, senza forza, non potevano nemmeno voltare il capo per guardare indietro. Avevano la vista annebbiata, parlavano con un cervello di fango. Nell’acqua si scioglievano.
I Creatori compresero che queste creature non avrebbero mai generato figli perché se ne stavano sole a fissare il vuoto.
Le distrussero con la stessa velocità con cui le avevano create.
“E ora che facciamo!?” esclamarono. “Chi ci adorerà e ci onorerà?”
Di nuovo si misero a riflettere. Infine decisero di recarsi dai Saggi, dagli indovini, dal Creatore e dall’Antenata del giorno, l’Antenata dell’alba.
L’anziano antenato poteva predire il futuro lanciando fagioli, era una creatura divina, sacerdote e mago.
I Creatori parlarono anche con il Maestro degli Smeraldi, lo scultore che fabbrica bellissimi gioielli e piatti e vasi verdi.
I Creatori chiesero loro come ricavare un uomo dal legno.
“Gli uomini di legno ci adoreranno?” chiesero. “Lancia i rossi fagioli e dicci se dobbiamo intagliare in un pezzo di legno gli occhi e la bocca degli uomini.”
Gli indovini si accovacciarono e lanciarono i fagioli e i chicchi di grano.
“Fato! Cuore del Cielo!” il vecchio e la donna gridarono. “Unitevi, fagioli, abbracciatevi, parlate. Diteci se i Creatori devono intagliare il legno. Diteci se gli uomini ricavati dai pezzi di legno li adoreranno e onoreranno quando si farà luce. Fato! Fagioli! Abbracciatevi! Cuore del Cielo, sia detto il vero!”
Tutto allora si fermò. I chicchi di grano, i fagioli rimasero immobili con il loro messaggio, gli indovini rimasero accovacciati senza muoversi.
Poi gli anziani dissero: “Le voci degli uomini di legno riecheggeranno sulla Terra!”
Subito furono create le figure di legno.
Erano fragili ma sembravano uomini. Cucinavano e si lavavano nel fiume, cacciavano nella foresta con i cani, tagliarono alberi per piantare il grano. Ebbero figli e figlie e ben presto si sparsero su tutta la Terra.
Ma gli uomini di legno non avevano anima né cervello, e vagavano senza scopo. Quando parlavano non mostravano alcuna espressione in viso, avevano mani e piedi senza forza.
Non avevano sangue, né sostanza, né sudore, né carne.
Le loro guance, i loro piedi, le loro mani erano secchi e gialli.
Queste figure di legno dimenticarono presto Cuore del Cielo.
E siccome quelli che li avevano creati e avevano badato loro non facevano parte dei loro pensieri, vennero fatti a pezzi e ridotti in briciole.
Dapprima Cuore del Cielo li investì con un diluvio.
Una pesante resina cadde dal cielo.
L’aquila piombò dall’alto della volta celeste a strappar loro gli occhi, Camalotz volò per reclamare il cranio, poi giunse Cotzbalam e divorò le loro carni. Venne anche Tucumbalam a spezzare e a lacerare loro le ossa e i nervi, che frantumò e ridusse in briciole.
Cuore del Cielo non veniva onorato e la faccia della Terra si oscurò.
Una pioggia nera cadde giorno e notte.
Allora tutti iniziarono a rivoltarsi contro gli uomini di legno. Cose e animali si rivoltarono e presero a colpirli.
Bastoni, pentole e tegami, grandi e piccoli animali, tutti quanti li ferivano.
“Ci avete mangiato, ora tocca a noi dilaniarvi” dissero gli uccelli e i cani.
E le macine gridarono irate: “Che tortura ci avete inflitto! Macina, macina, macina, dall’alba al tramonto! Ora, visto che non siete uomini, tocca a noi stritolarvi.”
I cani da caccia dissero: “Abbiamo cacciato per voi e custodito la vostra casa. Ma ci avete forse dato da mangiare? Pensate ci sia piaciuto rimanere fuori sotto la pioggia? Avevate troppo da fare per preoccuparvi di noi, e tenevate un bastone a portata di mano nel caso ci fossimo avvicinati al vostro cibo. Perché non avete pensato al futuro? Ma ora è troppo tardi, perché i pezzi di legno li terremo fra i denti!”
I cani balzarono contro gli uomini di legno, gettandoli e terra e lacerando i loro volti.
I tegami e le pentole li attaccarono: “Quanto dolore ci avete causato! Le nostre bocche si sono annerite di fuliggine, si sono anneriti i nostri volti. Ogni giorno ci scaraventavate sul fuoco come se non provassimo dolore. Ora tocca a voi sentire cosa vuol dire bruciare!”
Gli uomini di legno erano in trappola.
Anche le pietre del focolare si scagliarono contro gli uomini di legno.
Fuggivano, loro, da ogni parte e così tanta era la confusione che si scontravano gli uni con gli altri.
Scheggiati, in fiamme, fatti a pezzi, inciampando e cadendo, corsero via in cerca di salvezza.
Qualcuno salì sui tetti delle case, ma le case li scossero via.
Qualcun altro tentò di salire sugli alberi, ma gli alberi li gettarono a terra.
Le caverne chiusero ogni apertura, le loro bocche, a chi cercava di entrare.
Gli uomini di legno vennero distrutti. Solo pochi, con bocche tumefatte e volti sfigurati sfuggirono ai colpi micidiali. La maggior parte degli uomini di legno si trasformò in scimmie. […]

Popol Vuh, il libro Sacro dei Maya Quiché, a cura di Daniela Folco, Edizioni Simone

Daniela Folco è un’appassionata studiosa di scrittura creativa. Dopo essersi laureata in Lingue e Letterature straniere moderne presso l’Università degli Studi di Milano, è stata redattrice in importanti case editrici, quindi caporedattore di due riviste. Da anni collabora con la casa editrice Esselibri-Simone.