Una cellula del nostro tessuto, nell’arco della sua breve vita respira e probabilmente, dal suo punto di vista, non deve far altro.

La stessa cellula, dal punto di vista dell’uomo ha, eminentemente, un’altra funzione: quella di contribuire al sostegno dell suo organismo.

L’uomo, a sua volta, non potrebbe esistere se non respirasse e, consapevole o no, questa è la funzione vitale principale.

Brahma (siamo in piena cultura indiana!) anche esso respira, ma il suo inspiro ed espiro altro non sono se non l’emissione ed il riassorbimento ciclico degli Universi (le cellule…?) e probabilmente dal suo punto di vista – perdonateci l’audacia! – la funzione principale dell’uomo non è tanto il respiro, quanto quella di consentire Kalpa & Pralaya (cioè emanazione e riassorbimento dei mondi).

Tutti respiriamo, ma il fine di uno è solamente il mezzo dell’altro, in un interminabile rapporto di reciprocità tra microcosmo e macrocosmo, tra le cellule e l’ente supremo.

Il comune denominatore è un rapporto ritmico che produce una dimensione stabilita dalla frequenza: più alta nella cellula, incommensurabilmente più bassa in Brahma.

An significa respirare; pranayama è l’equilibrio del respiro o, meglio, dell’Esistenza Universale. Attraverso esso si prospetta allo yogi l’unificazione di tutti gli stati di coscienza, ossia l’allargamernto della personalità culminante in quello stato di estasi che i testi classici chiamano samadhi.