Lo sviluppo degli aspetti morali delle religioni – un fenomeno storicamente abbastanza recente – sarebbe legato al raggiungimento di una disponibilità energetica minima per le persone. Solo il benessere che essa ha portato ha infatti permesso di passare da strategie di vita a breve termine basate sull’acquisizione delle risorse e su interazioni coercitive, a strategie di lungo periodo che puntano su interazioni cooperative.

Testi e immagini per la meditazione - yoga - meditation - zen

L’etica delle grandi religioni moraleggianti nasce dalla ricchezza. E’ così che si potrebbe riassumere la tesi di un gruppo di ricercatori dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi, dell’Università della Pennsylvania a Filadelfia, della Stanford University e dell’Università di Lione, secondo i quali la nascita e la diffusione delle grandi religioni che pongono l’accento sui comportamenti morali sono il frutto del miglioramento delle condizioni di vita e di una maggiore “capacità energetica” delle società.

Nicolas Baumard e colleghi, che pubblicano i loro risultati su “Current Biology”, hanno cercato di dare una risposta dotata di qualche supporto sperimentale a un quesito che ha assillato molti storici: perché le religioni moraleggianti sono tutte sorte in un arco di tempo ben definito che va dal 500 a.C. al 300 a.C.? (E’ in questo periodo – che gli autori indicano come “Periodo Assiale”, riprendendo un termine introdotto dal filosofo Karl Jaspers – che nascono buddismo, giainismo, brahmanesimo, taoismo, giudaismo del secondo tempio e stoicismo, di cui altre religioni, come cristianesimo, manicheismo e islam, sono storicamente filiazioni).

Oggi diamo per scontato che le preoccupazioni spirituali e morali siano un elemento essenziale delle religioni, ma in realtà per lunga parte della storia dell’umanità non è stato così. Nelle società di cacciatori-raccoglitori, ma non solo, la tradizione religiosa si concentrava sui rituali, sulle offerte sacrificali e su tabù progettati per allontanare la sfortuna e il male. Senza contare che – osserva Baumard, alludendo all’antico Egitto, all’impero romano e agli Aztechi – “anche antichi imperi di grande successo avevano divinità dotate di un senso morale sorprendentemente ridotto”.

E’ soltanto dal Periodo Assiale – scrivono gli autori – che le religioni iniziano a “sottolineare il valore della trascendenza personale, l’idea che l’esistenza umana ha uno scopo, distinto dal successo materiale, che si trova in una vita morale e che richiede il controllo dei propri desideri materiali, attraverso la moderazione (rispetto a cibo, sesso, ambizione, eccetera), l’ascetismo (digiuno, astinenza, distacco), e la compassione (aiutare, soffrire con gli altri)”.

Baumard e colleghi hanno testato varie teorie, combinando modelli statistici con le teorie psicologiche basate su approcci sperimentali, e sono giunti a una conclusione differente da quelle attualmente più accreditate, secondo le quali a determinare i cambiamenti del fenomeno religioso sarebbero la complessità politica o le dimensioni demografiche delle società.

Dalle loro analisi è infatti emerso che il modello di sviluppo più rispondente alla realtà storica è quello che vede al proprio centro il concetto di energy capture, che misura la disponibilità energetica complessiva di una persona, sotto forma di cibo, combustibili, e materiali vari (manufatti, costruzioni, vestiti).

Il modello energy capture mostra una brusca transizione verso le religioni moraleggianti quando gli individui hanno iniziato ad avere una disponibilità complessiva di 20.000 chilocalorie al giorno, corrispondente a un buon livello di benessere, tale cioè da garantire una certa sicurezza, un tetto sulla testa e cibo sufficiente non solo per l’immediato ma anche per il prossimo futuro. …

Da lescienze.it del 12-12-14, leggi tutto l’articolo …