Le gocce d’acqua seguivano un loro ritmo, alternandosi in modo regolare nella loro caduta libera, fino a perdersi e confondersi con l’acqua di uno stagno. L’acqua fluiva come una lamina sottile, che creava sulla roccia strane geometrie e particolari riflessi di luce, mentre la rugiada formava sulle foglie delle sfere quasi perfette, camuffandosi da cristalli trasparenti e brillanti.

Sullo sfondo dominava maestoso il mare, ricco di gioielli argentei e abbellito dalla levigata e perfetta roccia granitica. In quel paradiso ci si poteva perdere profondamente. Dinanzi agli occhi vi era un luccichio infinto di diamanti color oro che ondeggiavano lentamente, mentre il tutto era enfatizzato da una grossa roccia che, frapponendosi tra il Sole e gli occhi, appariva nera, in un gioco di contrasti e controluce.
In quel momento sentii di non esser solo, perché quel mare era vivo, aveva un’anima, tutto si muoveva come se avesse vita propria. E mi sentii piccolo, minuscolo, di fronte a tale grandezza. E’ in quei momenti che ti rendi conto che il tuo corpo è solo un ostacolo alla tua libertà. In quel momento ti basta avere due occhi per guardare, due orecchie per sentire, un naso per annusare, un palato per assaporare e il tatto per avvertire il vento. Ti basta quello, nulla più.
Intanto la lucidità di un grosso masso veniva accarezzata dalle onde, senza spostarsi di un millimetro. Quel saldo masso avrebbe resistito anche alla più violenta tempesta di mare, era immenso. Il giorno volgeva verso la fine e due pescatori riportavano la barca a riva, mentre l’aria cominciava a raffreddarsi. La vegetazione oscillava sotto l’azione lieve del vento, quasi come se reagisse all’abbassarsi della temperatura, e ancor più fragile era una ragnatela, che si lasciava rompere con facilità. Una formica correva lungo le grosse foglie di un cactus e una casetta color giallo senape, dalle finestrelle rosse, era in posizione perfetta. Una delle sue finestre volgeva verso l’orizzonte, dove il Sole andava a nascondersi dietro i rilievi della Corsica. Immaginavo quanto sarebbe stato bello abitare lì, affacciarmi a quella finestra e godermi ogni sera lo spettacolo. Non mi sarei mai sentito triste e nei momenti di sconforto avrei sempre saputo dove ritrovare il senso di ogni cosa.
Tutte le casette del paesino sembravano avere un volto, ed il volto era rivolto verso il Sole. Era come una piccola platea che in silenzio assisteva a quell’evento che si ripeteva ogni sera, ma sempre rinnovato e ricco di emozioni nuove, ogni volta. Il vento aumentava e il Sole si avvicinava al contorno nero tracciato dalla Corsica. Ecco che un gabbiano d’incanto sbucò da una roccia e sembrò quasi andare incontro al Sole per poi perdersi all’orizzonte. Era lento il suo battere d’ali.
E mentre le gocce d’acqua continuavano a cadere come piccola cascata nello stagno e i fiori dei cactus sembravano assorbire gli ultimi raggi di luce, il Sole era prossimo al tramonto. In quegli istanti tutto sembrò fermarsi, come se tutta l’attenzione fosse riposta in quella grossa palla infuocata che sospesa nel cielo scendeva sempre più giù. Mi fermai anch’io, immobile con lo sguardo e rimasi in silenzio. Furono venti minuti intensissimi…
Il Sole imponente andò lentamente a scomparire dietro la montagne e tutto sembrò riprendere il suo movimento, come prima, ma con maggiore lentezza e tranquillità. Era il turno della Luna. Ora era Lei a dover illuminare la notte che sarebbe arrivata

(tratto dal libro “Il soffio della vita”, di Carlo de Lauro)