Veniamo al primo dunque. L’argomento che inevitabilmente furoreggia è il respingimento dei cosiddetti clandestini. Prima di esprimere la benché minima opinione bisognerebbe immedesimarsi con quei derelitti. Impegnarsi a soccorrerli nel corso dell’emergenza e incitarli ad adoperarsi sul serio per migliorare le condizioni economiche dei loro paesi d’origine. Perché non combattono a spada tratta contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le circostanze di fondo che li condannano sin dalla nascita a vivere un’esistenza da emarginati?

Senza via di scampo, ed ora nemmeno di fuga. Alla mercé di criminali che li istigano verso avventure impossibili. Vagano e si dirigono alla ricerca d’un miraggio. Aspirano al benessere apparente d’una società altrettanto agli sgoccioli che si barrica nel disperato quanto inutile tentativo di procrastinare un’imprescindibile rinnovamento. La nostra è una collettività ove il morbo cronico dell’egoismo ha eroso persino il collante della solidarietà. Che fare? Lottare – civilmente – ma senza delegare sempre il proprio impegno. Giacché se nella vita non sei intraprendente e coraggioso ci sarà sempre qualcuno pronto a sopraffarti.