Nella visione dominante dell’economia, gli individui pensano principalmente a loro stessi, perseguono un reddito per sostenere uno stile di vita agiato e la natura esiste per essere dominata dall’uomo. Radicalmente alternativo a tale visione è invece il pensiero economico buddhista, per il quale le persone sono sostanzialmente altruiste, sono interdipendenti le une con le altre e con la natura.

L'economia del Buddha

Etica. «In linea di principio l’economia dovrebbe contribuire a dare [all’umanità] gli strumenti per una concreta crescita individuale e sociale, anziché proporsi solo come mezzo per stimolare bisogni egoistici, fomentare contese o provocare squilibri e insicurezza negli innumerevoli ecosistemi del pianeta. L’etica, e il comportamento che inevitabilmente ne deriva, contribuisce alle cause e alle condizioni che portano a definire chi siamo e in quale tipo di società e di ambiente viviamo» (Paryudh Payutto, Buddhist Economics)

Prosperità. Nell’economia buddista la prosperità non è equiparata al valore delle merci e dei servizi (prodotto interno lordo), come accade nell’economia di mercato, ma a come una persona riesce ad utilizzare le risorse per costruirsi una vita ricca di significato.

Lavoro. Perché lavorano tanto? «Sia gli uomini d’affari sia gli operai cercano disperatamente di guadagnare più soldi per poter tenere il passo con l’ancor più rapida crescita dei loro desideri soggettivi» (i sociologi Helen e Robert Lynd nel loro studio Middletown scritto negli anni Venti).

(Clair Brown, L’economia del Buddha. I suoi insegnamenti ci salveranno dalla crisi)

Clair Brown è professore emerito di economia all’Università di Berkeley (California), specializzata in nuove tecnologie, povertà, dinamiche salariali e disoccupazione.

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