“Date a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio.” Vangelo secondo Matteo (cap. 22 v. 21).

In questi giorni ho ricevuto molti auguri di Buona Pasqua: come tutti, del resto. Ci scambiamo gli auguri facendo finta che, tutti noi, attendiamo la celebrazione, il ricordo della resurrezione del Cristo. Un uomo rinato dopo tre giorni dopo essere stato crocifisso: un fatto storico del quale nessuno degli autori latini dell’epoca – i cronisti ufficiali ed ufficiosi del tempo – dà notizia. Silenzio, assoluto, su quel fronte.

La “controinformazione” di quegli anni, però, racconta questa storia che passa di bocca in bocca, viene recepita da cuori colmi di speranza e da menti violentate dall’occupazione. E passa nel tempo.

Sia come sia la vicenda storica del Cristo, il messaggio originale era la resurrezione, ossia il rinnovamento dell’uomo: concetto atavico, che ritroviamo nel Ramadan, nel Kippur ebraico, nella Pasqua ortodossa, nei ritiri monastici che coincidono con la stagione delle piogge in Asia ed in altre culture e religioni.

L’uomo che si ritira lontano dal mondo per rinnovarsi, per incontrare l’alter – dopo la pausa di riflessione/rinnovamento – con un nuovo cuore, dove il perdono infrange ogni postumo di rabbia e d’orgoglio.

Si dirà che la Fede degli uomini è cosa assai diversa dalla Chiesa, anch’essa degli uomini: di Dio è meglio non parlare. Anzi, nemmeno nominarlo, come consigliò padre David Maria Turoldo nella sua ultima intervista, che volle rilasciare quand’era oramai morente. Più saggiamente, le religioni orientali condensano lo spazio dell’ignoto e dell’inarrivabile nella sillaba sacra “Aum”, quasi un invito a perdersi, senza timore, nell’infinito del non-conosciuto, nel mare magnum dove l’umana conoscenza rimane in superficie, a rimirare gli abissi silenziosi.

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Carlo Bertani