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Interiorità, interattività e preghiera 2.0

La nostra vita spirituale, comunque la si intenda, religiosamente o meno (pensiero, riflessione, meditazione, preghiera), è certamente influenzata dal modo in cui noi viviamo la rete.

Chi ha una certa abitudine all’esperienza di Internet infatti appare più pronto all’interazione che all’interiorizzazione. E generalmente “interiorità” è sinonimo di profondità mentre “interattività” è spesso sinonimo di superficialità. Saremo condannati alla superficialità, dunque?

Qualcuno, ingenuamente lo crede. Ma già Benedetto XVI aveva scritto: «Sono da considerare con interesse, le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione…».

«È davvero possibile coniugare profondità e interattività? Il punto è che noi, abituati all’interattività, interiorizziamo le esperienze se siamo in grado di tessere con esse una relazione viva e non puramente passiva, ricettiva. Conoscere significa non solamente andare in profondità, ma collegare le cose tra loro.

L’anima è anche “castello” fatto di stanze interconnesse (come diceva già Teresa d’Avila a metà del XV secolo). Papa Francesco tanti anni fa aveva parlato della teologia tanti anni fa aveva parlato della tecnologia “come se”. Cioè diceva che bisogna meditare su una scena evangelica “come se” si fosse lì dentro la scena, proiettando con l’immaginazione il proprio corpo nello spazio rappresentato.

Dunque la spiritualità oggi vive le stesse sfide della comunicazione: essere contemplativi nell’azione e nell’interazione, evitando di opporre troppo velocemente profondità a interazione, superficialità a interiorizzazione.

La rete è fatta di nodi intrecciati ma nell’intreccio del nodo c’è un livello di profondità che è una delle grandi sfide spirituali dell’uomo al tempo della rete.

Da wired.it del 05-02-15, leggi tutto l’articolo di Antonio Spadaro …