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  • Cambiare – Emozioni – Dalai Lama

    “Quello che è passato è passato, nulla può cambiarlo. Ma il futuro può essere diverso se scegliamo di cambiare. Dobbiamo coltivare una visione di un futuro più felice e di pace e fare adesso lo sforzo in modo che si realizzi. Questo non è il momento per la compiacenza, la speranza risiede nelle nostre azioni.”
    S.S. Dalai Lama 9 febbraio 2017

    “Proprio come il calore dissipa il freddo, così l’amorevole gentilezza disperde la rabbia. Dobbiamo imparare a contrastare le nostre varie emozioni. La distrazione è solo una misura temporanea. Il rimedio più duraturo è essere in grado di vedere le qualità positive in qualcosa o qualcuno che in genere vediamo come negativo. Poiché raramente vi è alcuna giustificazione per le emozioni distruttive, noi dobbiamo diventare consapevoli di ciò che le genera e quali siano gli antidoti.”
    Sua Santità il Dalai Lama – 25 marzo 2016

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    – https://it.wikipedia.org/wiki/Dalai_Lama
    – Frasi celebri del Dalai Lama
    – https://www.facebook.com/DalaiLama

  • Cambiamenti – Neale Donald Walsh

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    La maggior parte delle persone si tira indietro di fronte al cambiamento. Non lo ama, perché cambiare significa fare un passo in un terreno inesplorato. La vita si evolve raggiungendo livelli sempre più alti di complessità. La vita non potrebbe regredire, neanche se volesse. È incapace di farlo. Ora, è vero che può sembrare che stia regredendo. E può sembrare anche che i cambiamenti non siano “in meglio”. Ma, di fatto, il cambiamento può essere solo in meglio, altrimenti non avverrebbe. Ogni cambiamento è positivo. Non esistono cambiamenti negativi. Tutti i cambiamenti avvengono per il tuo bene. La vita è cambiamento e quando non c’è niente che cambia, non c’è niente che vive. Tutto ciò che vive si muove. Il cambiamento pertanto è inevitabile. È la natura della vita stessa

    (Neale Donald Walsh, Conversazioni con Dio)

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  • Coltivare la consapevolezza – Jon Kabat-Zinn

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    Coltivare la consapevolezza non è diverso dal mangiare; sarebbe irragionevole attendersi che qualcun altro mangi per conto nostro. E quando si va a un ristorante, non si mangia il menu, confondendolo col pasto, né ci si nutre ascoltando il cameriere che descrive i cibi: per nutrirsi bisogna realmente mangiare il cibo. Nello stesso modo, bisogna realmente praticare la consapevolezza per trarne i vantaggi e arrivare a capire perché è tanto importante.

    (Jon Kabat-Zinn)

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    – https://it.wikipedia.org/wiki/Jon_Kabat-Zinn
    – https://it.wikipedia.org/wiki/Mindfulness

  • “Quando si afferra, si perde la libertà” – Parole del Buddha

    Un uomo chiese: «A beneficio di tutte le persone diverse venute ad ascoltare le tue parole, spiegaci in che modo tu hai trovato e compreso». Il Buddha rispose: «Quando si afferrano le cose è a causa di una sete, un attaccamento, una brama. Dovreste lasciarle perdere, lasciarle perdere del tutto, sopra, sotto, intorno e dentro. Non fa alcuna differenza ciò che si afferra. Quando si afferra, si perde la libertà; rendetevene conto e non aggrappatevi a nulla. In questo modo si smette di essere una creatura dell’attaccamento, in potere della morte».

    (Sutta Nipāta)

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  • Cambiare vita per cambiare se stessi – Tiziano Terzani

    La storia di questo viaggio non è la riprova che non c’è medicina contro certi malanni e che tutto quel che ho fatto a cercarla non è servito a nulla. Al contrario: tutto, compreso il malanno stesso, è servito a tantissimo. E’ così che sono stato spinto a rivedere le mie priorità, a riflettere, a cambiare prospettiva e soprattutto a cambiare vita. E questo è ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce al tetto dal quale si vede il mondo sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.
    Io provo.

    (Da “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani)

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    – https://it.wikipedia.org/wiki/Tiziano_Terzani

  • Valori – Kahlil Gibran

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    Una volta un uomo trovò nel suo campo una statua di marmo di estrema bellezza.

    La portò da un collezionista che amava tutte le cose belle, gliela offrì e questi la comprò a un prezzo molto alto. Poi si salutarono.

    Mentre tornava a casa con i soldi, l’uomo pensò tra sé: «Quanto vale questo denaro! Come si può dare così tanto per un pezzo di pietra scolpita, sepolta e dimenticata sotto terra per un migliaio d’anni?».

    Il collezionista osservava invece la statua pensando: «Che meraviglia, che vita! Che sogno! È ancora fresca, dopo un dolce sonno di mille anni. Come si può rinunciare a tutto questo per del denaro, arido e inanimato?».

    (Da: “Il Precursore”, Gibran Kahlil Gibran)

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    – https://it.wikipedia.org/wiki/Khalil_Gibran
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  • Come si costruisce l’identità – Jack Kornfield

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    Indagando con cura sulla questione dell’identità scopriamo che la creazione di un « io » è un processo che si compie attimo per attimo. Osservando meticolosamente, possiamo esaminare la nostra esperienza e renderci conto che ogni attimo è fatto di tanti eventi microscopici — impressioni sensoriali fisiche, di sentimenti, percezioni, pensieri — che sorgono e passano in modo piuttosto semplice. Poi possiamo notare anche come vi si aggiunga un senso di identità, a generare un « io ». Ci identifichiamo con una qualche parte della nostra esperienza, la quale « possiede » i sentimenti, le convinzioni, la narrazione interiore e le storie che considera « io » e « mie ». Questa identificazione, questa visione di sé, appena nata genera subito l’illusione della separatezza, di « io » e « gli altri ». Il senso di sé e altro però non sono concreti, quanto non è diverso il Texas dall’Oklahoma quando ci troviamo in piedi sul confine fra i due stati. Se non ci aggiungiamo questa identificazione, l’esperienza di ogni attimo è soltanto quel che è: la cosa in sé, senza nessuno che la « possieda ».

    Uno dei modi preferiti di Ajahn Chah di insegnare questa verità era di portare i suoi studenti a mettere in discussione la loro identità sociale. A volte cominciava semplicemente esagerando i nostri ruoli, presentandoci come macchiette di una commedia: « Quel monaco è il mio professore titolare, il nostro intellettuale residente. Ha due lauree, pensa tutto il tempo. Non so come faccia a entrarci tutta quella roba nella sua testa. Quell’altro monaco lo chiamiamo ‘Pisolo’: dorme tutto il tempo, anche da seduto. Quello là è invece un tipo tosto: gli piace battersi, è in conflitto con ogni cosa. E questo è il nostro monaco depresso, che non sorride mai; il mondo è davvero pesante e lui se lo porta in giro nella sua borsa da monaco. E io, io sono il maestro. Uno bravo ». Poi rideva con un gran senso di liberazione e diceva: « È semplice: siate coloro che conoscono, non coloro che possiedono ». Quando la mente pensante è tranquilla e l’attenzione accurata, all’improvviso cogliamo il non sé. Facciamo un passo e ci rendiamo conto che non c’è nessuno che «l’ha fatto », che c’è soltanto la sensazione del movimento del corpo che si accompagna a stimoli visivi, percezioni, impulsi. In noi nascono pensieri e opinioni, ma si pensano da sé e poi scompaiono « come bolle sulla superficie del Gange », dice il Buddha. Quando non ci aggrappiamo a essi, perdono la loro presa su di noi. Alla luce della consapevolezza, il sé costruito sull’identificazione si rilassa e ciò che resta da vedere non è che il processo della vita, né « sé » né « altro », soltanto la vita che si dispiega come parte del tutto.

    A questo punto è essenziale notare che l’assenza di « sé » non nega né respinge in alcun modo la nostra esperienza. Non ci si disfa di nulla: le esperienze sono le stesse. Quel che cambia è che smettiamo di identificarci in esse, smettiamo di chiamarle « mie » o « io ». Alcuni si sentono cadere di dosso un gran peso e piangono di compassione per se stessi rendendosi conto del carico fittizio che si sono portati addosso tutto quel tempo. Più spesso, semplicemente, ci rilassiamo e scopriamo l’agio spontaneo che nasce quando lasciamo andare il senso limitato del « sé ».

    (Da: Jack Kornfield, il Cuore Saggio)

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    – https://en.wikipedia.org/wiki/Jack_Kornfield
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  • Comprendere lo Zen – Osho

    Zen

    Osho, non posso comprendere la filosofia Zen. Cosa dovrei fare per capire?

    “Lo Zen non è affatto una filosofia, accostarsi allo Zen come se fosse una filosofia è come iniziare camminando su una strada sbagliata fin dall’inizio. La filosofia appartiene alla mente, mentre lo Zen è totalmente al di là della mente, un processo dell’andare al di sopra della mente, lontano; un processo di trascendenza e superamento della mente. Non puoi comprenderlo con la mente, la mente non ha funzione alcuna, in esso. Devi ricordare che lo Zen è uno stato di non-mente, non è il Vedanta, il Vedanta è filosofia, puoi comprenderlo perfettamente.

    Lo Zen non è nemmeno Buddismo, anche il Buddismo è una filosofia. Lo Zen è un fiore raro – è una delle cose più strane successe nella storia della consapevolezza – è l’incontro tra l’esperienza del Buddha e quella di LaoTzu. Dopo tutto il Buddha faceva parte dell’eredità indiana, ha comunicato con una lingua filosofica, è molto chiaro, puoi capirlo, infatti aveva allontanato tutte le domande metafisiche, era molto semplice, chiaro, logico. Ma la sua esperienza non era quella mentale, ha tentato di distruggere la vostra filosofia fornendovi una filosofia negativa, proprio come potresti togliere una spina dal piede sostituendola con un’altra spina, il suo sforzo è stato quello di togliere la filosofia dalla vostra mente mettendo al suo posto un’altra filosofia. Una volta che la prima spina è stata tolta, dovresti gettare ambedue le spine e saresti al di là della mente.

    Ma quando gli insegnamenti del Buddha raggiunsero la Cina successe una cosa bellissima: un’ibridazione. In Cina Lao Tzu aveva fornito la sua esperienza del Tao in una maniera totalmente non filosofica, in un modo molto assurdo, illogico, ma quando i meditatori buddisti, i mistici buddisti si incontrarono con i mistici Taoisti, si capirono immediatamente da cuore a cuore, senza la mente. Sentivano le stesse vibrazioni, potevano vedere che lo stesso mondo interiore era aperto, potevano odorare la stessa fragranza. Arrivarono vicini, e con il loro avvicinarsi, il loro incontro e il loro fondersi l’uno con l’altro, qualcosa di nuovo iniziò a crescere, questo è lo Zen. Ha sia la bellezza del Buddha che quella di Lao Tzu, è figlio d’entrambi, e questo incontro non è mai successo prima, o dopo.

    Lo Zen non è né taoista né buddista, è ambedue e nessuno, per questo il Buddismo tradizionale lo rifiuta, ed anche il Taoismo tradizionale rifiuta lo Zen. Per i Buddisti tradizionali è assurdo, per i Taoisti tradizionali è troppo filosofico, ma per coloro i quali sono veramente interessati alla meditazione, lo Zen è un’esperienza. Non è assurdo né filosofico, ambedue sono termini mentali, è qualcosa di trascendentale.”

    (Osho, Walking in Zen, Sitting in Zen)

    – Osho su Amazon
    – Osho – Macrolibrarsi
    – Osho.com
    – it.wikipedia.org/wiki/Osho
    – Oshoba.it
    – Aforismi di Osho
    – Cultura Zen – (macrolibrarsi)
    – Tutto Zen (amazon)

  • Come capiamo che cosa è «retto»? – Thich Nhat Hanh

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    Che cosa intendiamo con «retto»? Tutti desiderano il retto pensiero, ma che cos’è? Abbiamo bisogno di respirare consapevolmente, restare seduti consapevolmente e riflettere consapevolmente per evocare il retto pensiero e la retta parola.

    Dev’essere davvero retto pensiero, perché può succedere che consideriamo retto il nostro pensiero quando invece è erroneo. Durante la seconda guerra mondiale la decisione di sganciare la bomba atomica fu ritenuta retto pensiero, ma lo era?

    Come dovremmo pensare perché il nostro pensiero sia retto? Che cos’è la retta parola? Quale tipo di eloquio rende le nostre parole retta parola?

    Con «retto» il Buddha intendeva morale ed etico. Moralità ed etica possono rappresentare un codice di condotta che ci piacerebbe accettare e seguire. Ci sono cinque insiemi di criteri che possono aiutarci a stabilire se qualcosa è retto o erroneo.
     

    1) Sofferenza e felicità

    Il primo insieme di criteri per determinare retto e sbagliato considera se una determinata cosa arreca sofferenza o felicità. Qualsiasi cosa arrechi sofferenza è sbagliata, qualsiasi cosa possa arrecare felicità è giusta.

    Per usare questo insieme di criteri, dukkha e sukha, dobbiamo tuttavia ricordare che c’è differenza tra sofferenza e dolore, perché il dolore può essere inevitabile, ma ciò non significa che dobbiamo soffrire.
    Per esempio, la separazione può essere dolorosa, ma se sei animato da un forte ideale, da una forte vocazione o aspirazione, puoi accettare la separazione allo scopo di realizzare la tua aspirazione.

    Quando Siddharta se ne andò da casa dovette lasciare la moglie, il figlio, la famiglia, tutto, per accettare l’ardua vita di un asceta.

    Potresti riuscire ad accettare di lasciare la famiglia e il comfort della vita quotidiana per impegnarti in un tipo di esistenza più difficile perché vuoi realizzare qualcosa di importante. Questo allevierà il dolore della separazione. C’è separazione, ma non c’è sofferenza.

    La sofferenza non è cosa semplice. A volte il dolore è solo dolore e, quando riesci ad accettarlo, non soffri. Quindi deve esserci qualche differenza tra dolore o mancanza di comfort da una parte e sofferenza dall’altra.

    Nemmeno la felicità è sempre una cosa semplice. C’è differenza tra felicità e piacere proprio come c’è differenza tra dolore e sofferenza. Molti di noi considerano il piacere felicità.

    Se ti inietti nel corpo una dose di eroina provi piacere. Alcuni di noi si sentono molto felici bevendo parecchio alcol. C’è una sensazione di piacere, ma è davvero felicità? Quindi il piacere può essere diverso dalla felicità. Ci sono tipi di piacere che sembrano felicità, ecco perché dobbiamo guardare più a fondo. Il dolore non è esattamente sofferenza, non lo si può identificare con essa. E il piacere è diverso dalla felicità, non è esattamente la stessa cosa.

    Immagina di amare il trekking e di praticarlo per un giorno intero. Continui a salire, ti senti accaldato e ti riempi di graffi. Dai l’impressione di soffrire, mentre ti dedichi a questa attività. Ci sono persone che preferiscono rimanere in casa a guardare la televisione, invece di fare trekking. Ma se ti stai arrampicando e stai gustando l’essere in montagna, quando pensi alle persone sedute nel proprio soggiorno a guardare la tv, un programma dopo l’altro, forse provi compassione per loro. Quindi chi è felice, chi fa trekking o chi guarda la televisione? Dipende.

    Alcuni considerano sgradevole l’andare a scuola, e soffrono. Ma ci sono bambini e giovani che amano studiare e trovano la felicità nei propri studi. Quindi il fatto che frequentare la scuola sia dukkha o sukha dipende da te. È molto difficile utilizzare questo criterio di felicità o sofferenza per stabilire se andare a scuola sia giusto o sbagliato, quindi tale insieme di criteri non è sufficiente.
     

    2) Benefico e non benefico

    Si potrebbe pensare che le Quattro Nobili Verità affermino che ogni cosa che porta alla sofferenza è sbagliata mentre tutto quello che porta alla cessazione della sofferenza è giusto.

    Ma dobbiamo guardare più a fondo nella natura della felicità e della sofferenza per capire meglio. Ecco perché abbiamo un altro insieme di criteri, chiamato «benefico e non benefico» o ciò che arreca benessere contrapposto a ciò che è nocivo.

    Qualsiasi cosa sia benefica per te, la tua salute, la tua comprensione o il tuo apprendimento è positiva. E ciò che non è benefico è cattivo, sbagliato. Ottenere un’istruzione è benefico. Questo secondo insieme di criteri potrebbe quindi supportare l’andare a scuola e l’imparare. Quando bevi alcol ottieni piacere, ma sai che berne troppo ti nuocerà, non è benefico. Quindi questo insieme di criteri può aiutarti a vedere con più chiarezza.

    Ci sono formazioni mentali che definiamo benefiche, quali gioia, compassione, perdono, comprensione e amore. Ogni volta che tocchi il seme della compassione, della gioia o della fratellanza dentro di te, esso si manifesterà come formazione mentale e ti renderà felice. Questo tipo di pratica contribuisce a sviluppare la tua gioia e la tua felicità.

    Tali formazioni mentali benefiche sono presenti anche nei tuoi cari. Esistono quindi modi in cui puoi aiutare un’altra persona toccando queste formazioni benefiche dentro di lei affinché si manifestino e la rendano felice. E se l’altra persona è felice tu ne trarrai profitto. In base a questo insieme di criteri, dunque, ciò che è benefico e ciò che è non benefico determinano cosa è giusto e cosa è sbagliato.
     

    3) Illuso o vigile

    Esiste un altro insieme di criteri che possiamo usare, basato sul tuo essere illuso o vigile.

    Quando la tua mente non è limpida non sei consapevole, dai un giudizio errato, prendi la decisione sbagliata e fai la cosa sbagliata. Immagina di essere sotto l’influsso di droghe o alcol. Non sarai perspicace, ti illuderai facilmente, e qualsiasi decisione tu possa prendere in quel momento, non potrà essere giusta.

    Immagina di essere molto arrabbiato con tuo figlio. In quel momento la rabbia ti rende poco lucido, poco razionale. Se in un momento del genere redigi un documento affermando che non vuoi che tuo figlio erediti i tuoi beni, la tua decisione non sarà giusta.

    Non fare nulla quando non sei consapevole e non hai la mente lucida. Aspetta di essere tornato in te e perfettamente consapevole, prima di prendere una decisione.

    Illuso e vigile è un insieme di criteri che possono aiutare a stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato.
     

    4) Aprire o sbarrare la strada

    Un altro insieme di criteri di cui abbiamo bisogno consiste nel sapere quando aprire e quando sbarrare la strada.

    Aprirsi significa che talvolta devi fare un’eccezione.

    Immagina di non voler mentire. Sei convinto che dire la verità sia sempre positivo e dire una menzogna sia sempre sbagliato. Ma immagina che qualcuno stia cercando una determinata persona per ucciderla e venga a chiederti se l’hai vista e dove si sta nascondendo. Se dici la verità, l’altra persona verrà uccisa, quindi sei costretto a mentire dicendo: «No, non l’ho vista». Sei motivato dalla compassione e ti apri, permetti a te stesso di mentire e fare un’eccezione.

    La moralità senza quel genere di destrezza e flessibilità mentali non sarebbe intelligente. Ecco perché aprirsi, fare un’eccezione, consentirla è una cosa molto importante da fare.

    Il medico ha il diritto di raccontare una menzogna al paziente? Bisognerebbe dire la verità agli altri, ma ci sono vari modi per dirla. Se non dici la verità al momento giusto, nel posto giusto, l’altra persona potrebbe morire, nel sentirla. Ecco perché scegli il momento giusto per dirgliela, in modo che possa accoglierla senza subire uno shock troppo violento. Quindi come decidere se dire la verità o meno e come dirla in maniera abile è una cosa che un medico dovrebbe imparare.

    Talvolta scegliamo di non dire la verità allo scopo di aiutare l’altra persona a sopravvivere. Quindi non è poi così semplice, anzi, è notevolmente complicato. Ecco perché ci serve una profonda comprensione per poter praticare l’aprire la porta e fare eccezioni.

    Sbarrare la strada significa che a volte, persino quando una cosa non è intrinsecamente sbagliata, devi astenerti dal farla. Immagina di bere un bicchiere di vino ogni weekend. Bere saltuariamente un bicchiere ti procura piacere e negli ultimi trent’anni non ha nociuto al tuo corpo e tu non ti sei mai ubriacato. Adesso arrivi a un ritiro e le persone ti consigliano di astenerti completamente dall’alcol. Tu chiedi per quale motivo, visto che non ti ha fatto alcun male. Perché devi privarti di tale piacere?

    Una volta, una signora in Inghilterra mi ha posto questa domanda: «Perché dovrei smettere di bere il mio bicchiere di vino? Non mi fa male e per me è un piacere». Le ho risposto: «Bene, so che hai perfettamente ragione quando dici che non ti fa alcun male. Ma i bambini tendono a fare quello che fanno i loro genitori. Se i genitori fumano, è probabile che i figli fumino. Forse non hai dentro di te il seme dell’alcolismo, ma uno dei tuoi figli potrebbe averlo. Smettere di bere significa sostenere i tuoi figli. Non è per il tuo bene ma per il loro bene».

    Ecco cosa significa sbarrare la strada: vogliamo impedire una cosa nociva che potrebbe accadere in futuro.

    Dovremmo bere con moderazione, ma il fatto è che se non bevi il primo bicchiere non rischi mai di berne un secondo o un terzo. Quindi astenerti dal prendere il primo bicchiere è sbarrare la strada. Tu potresti benissimo fare una certa cosa senza subire mai alcun danno, ma tuo fratello o tua sorella minore potrebbero fare altrettanto e restarne invece danneggiati.
    Chi beve alcol e poi guida fino a casa arrivandovi sano e salvo è molto fortunato. Se dice: «Ho bevuto e sto benissimo» non si rende conto di essere stato solo fortunato. Quindi non bere alcol prima di mettersi al volante è sbarrare la strada, porre un ostacolo davanti a sé in modo da impedire futuri danni e sofferenza.
     

    5) Apparenza e sostanza

    L’ultimo insieme di criteri è apparenza e sostanza.

    A volte non sembra che stiamo trasgredendo a una linea guida etica quando in realtà è così.

    Immagina di trovarti laddove qualcuno sta tentando di uccidere un’altra persona; hai la capacità di intervenire per impedire il danno ma non lo fai. Pur non essendo un assassino stai violando il precetto di non uccidere. Non stai uccidendo direttamente ma lasci che l’omicidio abbia luogo. Lo si definisce «non intervento». Non intervieni, il che è un’azione tanto quanto l’agire per fare del male. Sei comunque responsabile delle tue azioni. Quando vedi una situazione simile dovresti intervenire. Non puoi dire: «Bene, non sono responsabile, non ero io quello che stava commettendo l’omicidio». Eri là e non sei intervenuto. Sei responsabile.

    A volte siamo costretti a mentire per salvare una vita. Se non mentiamo commettiamo una trasgressione. A livello di apparenza, non mentire è la cosa giusta da fare, ma in termini di sostanza è sbagliato, perché se non menti l’altra persona morirà.

    Questo è un insieme di criteri importante.

    A livello di apparenza sembra giusto ma in termini di contenuto e contesto è sbagliato. A volte sei costretto a mentire. E a volte sei costretto a uccidere. È molto difficile.

    L’etica applicata è una disciplina che studia come si possa ottenere un risultato morale in circostanze specifiche. Non riflettiamo semplicemente sul fatto che qualcosa sia giusto o sbagliato. Dobbiamo mettere in dubbio le norme prefissate per capire se il nostro comportamento è davvero etico.

    Possiamo utilizzare questi criteri etici nella vita quotidiana. In fondo lavoriamo per trascendere tutti i criteri e le norme.
     

    La filosofia etica buddhista può essere riassunta come segue

    Sia il soggetto sia l’oggetto della percezione scaturiscono dalla coscienza in base al principio dell’interessere.

    Gli esseri umani sono presenti in tutte le cose, e tutte le cose sono presenti negli esseri umani.

    A livello fenomenologico, sembra che ci siano nascita e morte, essere e non-essere.

    A livello ontologico, tuttavia, queste nozioni non possono essere applicate alla realtà.

    La coscienza dinamica è definita energia del karma.

    Tutto si evolve in base al principio dell’interdipendenza.

    Ma esistono il libero arbitrio e la possibilità di trasformare.

    Esiste la probabilità.

    L’uno influisce sul tutto. E il tutto influisce sull’uno. Interessere significa anche impermanenza, non-sé, vuoto, karma e innumerevoli mondi.

    La retta visione consente la retta azione, portando alla riduzione della sofferenza e all’aumento della felicità.

    Felicità e sofferenza inter-sono.

    La realtà assoluta trascende le nozioni di buono e malvagio, giusto e sbagliato.

    (Da: “Le quattro verità dell’esistenza”, Thich Nhat Hanh)

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    – Thich Nhat Hanh (macrolibrarsi)
    – Thich Nhat Hanh su wikipedia
    – EsserePace.org – Thich Nhat Hanh
    – Fonte

  • La pietra filosofale – Yogananda

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    Un arrogante principe, accompagnato da un vasto seguito e da squilli di tromba e di corno, percorreva una giungla dell’Hindustan durante una battuta di caccia. Dopo aver catturato molti uccelli, cinghiali, agili cervi e crudeli tigri selvagge, il principe e il suo magnifico seguito si persero nell’oscuro ventre della giungla. Avevano cibo, ma erano senz’acqua. Galopparono freneticamente qua e là alla ricerca di qualche sorgente, ma non riuscirono a trovarne nessuna.

    Mentre la terrificante notte tropicale si avvicinava con i suoi sinistri pericoli, il principe e il suo corteo cavalcavano selvaggiamente in cerca di riparo. Infine, proprio mentre il sole stava silenziosamente svanendo, il principe si trovò all’improvviso di fronte a una piccola casetta fatiscente. Animato da un flebile raggio di speranza, spinse la porta ed entrò. All’interno era tutto oscuro, a eccezione di un pallido barlume di luce che faceva capolino da un foro nel tetto.

    Guardandosi attorno, il principe fu colto dalla disperazione al terribile pensiero che la casetta fosse deserta. Mentre era sul punto di uscire e di tornare sui suoi passi, mosso da un ultimo barlume di speranza, gridò: «C’è nessuno?». Con sua grande sorpresa, una voce calma e pacifica rispose: «Sono qui. Volete dell’acqua?». Il principe rimase meravigliato che questo Essere conoscesse i suoi pensieri prima ancora di averlo incontrato.

    Il principe e il suo seguito, colmi di gioia, furono accolti con acqua e frutta dal sant’uomo che viveva in quel solitario ritiro nella giungla. «Chi siete?» gli chiese il principe. «Sono solo un povero, vecchio eremita» fu la risposta. «Non avete paura delle tigri e dei serpenti?» chiese nuovamente il principe. «Oh, no, le tigri sono i miei gattini e i cobra mi tengono compagnia. Siamo amici e godiamo insieme del sole dell’Amore, che risplende in ogni cosa».

    Guardando meglio l’eremita, il principe fu sbalordito nel vedere due cobra che gli pendevano dal collo come una ghirlanda; quando si avvicinò per vederli meglio, essi presero a sibilare e a sollevare il cappuccio, pronti a esprimere la loro collera all’avvicinarsi di vibrazioni sbagliate, poiché percepivano la paura e lo spirito vendicativo celati nel cuore del principe.
    Proprio in quel momento scoppiò il panico tra i seguaci del principe, poiché un’enorme tigre reale del Bengala entrò nella casetta e si sedette pacifica ai piedi dell’eremita; dopo aver ricevuto la sua dose di coccole, la bestia si ritirò nuovamente nell’oscurità della foresta.

    Ancora più sbalordito, l’arrogante principe pensò: «Questo canuto eremita sembra buono e gentile, e ci ha salvati dalle bestie feroci e dalla sete lancinante, quindi voglio renderlo ricco e prospero». Trasformando la sua idea in parole, egli disse: «Anziano eremita, il vostro volto risplende di gentilezza e sincerità. Apprezzo tutto quello che avete fatto e desidero confidarvi un segreto che vi farà diventare molto ricco; è un segreto che rivelerò per la prima volta, soltanto a voi».

    Detto questo, il principe estrasse dalle pieghe della veste una pietra filosofale e si rivolse nuovamente all’eremita: «Vi affido per un anno questa pietra filosofale che appartiene alla mia famiglia, affinché possiate diventare ricco. È stata donata a mio padre da un grande mistico alchimista e ha il potere di convertire in oro qualsiasi cosa tocchi. Usatela ogni giorno, per un anno, per trasformare in oro tutte le pietre e le rocce, e costruitevi un palazzo d’oro in questo luogo. Poi tornerò a farvi visita e a riprendere la mia preziosa pietra filosofale, che mi sta a cuore più della vita stessa. Mi raccomando, non perdetela!».

    L’eremita non voleva accettare questa responsabilità, ma le accorate e insistenti proteste del principe lo convinsero a farlo. Il principe vide il vecchio infilare con noncuranza la pietra sotto la sottile fascia di stoffa che portava attorno ai fianchi. (Molte persone in India tengono lì il loro denaro, al sicuro dai borseggiatori.)

    Dopo un anno il principe tornò con il suo seguito alla casetta dell’eremita, aspettandosi di trovare un palazzo. Rimase inorridito nel trovare lo stesso edificio, ancora più fatiscente. Smontò da cavallo e si precipitò in casa, gridando: «Eremita, siete ancora vivo?». Una voce sonora e profonda rispose: «Oh, sì, principe. Benvenuto nella mia umile dimora».

    Senza perdere tempo in cerimoniali, il principe esclamò: «Che cosa è successo? Che ne avete fatto della mia pietra filosofale? Perché non l’avete usata per diventare ricco?». L’eremita si grattò la testa e rispose: «Perché mai avrei dovuto ricordarmi di una pietra? Io non desidero diventare più ricco». Il principe, fuori di sé dalla collera e dal terrore, chiese: «Non ricordate la pietra filosofale che vi siete infilato sotto la fascia un anno fa? Che cosa ne avete fatto?».
    «Oh, sì, ora ricordo quella vostra pietra preziosa. Ero immerso profondamente nel pensiero dello Spirito e sono andato a bagnarmi nel fiume: deve essermi caduta allora».

    Nell’udire queste parole, il principe si mise a piangere. «Ho perso tutto» esclamò, e cadde svenuto. L’eremita gli fece riprendere i sensi spruzzandogli dell’acqua fredda sul viso. I seguaci del principe chiesero la morte di quello «sbadato ladro eremita», come lo definirono. L’eremita rise e disse: «Uomo dalla testa d’Idra, non sapevo che ti saresti disperato tanto per una pietra. Vieni con me al fiume e lascia che te la cerchi».

    Il principe rispose con scherno: «Certo, cercare la pietra dopo che è caduta nella corrente del fiume un anno fa!». L’eremita, senza lasciarsi scoraggiare, comandò con voce tonante: «Principe, e tutti voi, venite. Non create ancora più subbuglio finché non avremo cercato nel letto del fiume».

    Incantati da uno strano magnetismo, il principe e il suo seguito, in completo silenzio, seguirono l’eremita fino al fiume. Allora il vecchio chiese al principe di tirar fuori il suo fazzoletto, di tenerlo aperto con le mani e di immergerlo nell’acqua del fiume, gridando: «O Principe dell’Universo, Creatore di tutte le pietre preziose, restituiscimi la mia pietra filosofale!».

    Quando il principe estrasse il fazzoletto dall’acqua, vi trovò alcune dozzine di pietre filosofali esattamente uguali a quella che aveva perduto. Incredulo e sbalordito, scoprì che ognuna di esse poteva trasformare i sassi della riva in oro.

    Allora il principe legò tutte le pietre filosofali nel suo fazzoletto e le gettò nuovamente nel fiume. L’eremita e i cortigiani urlarono: «Perché mai l’avete fatto?». Il principe si girò verso il santo, cadde ai suoi piedi con le mani giunte e gli disse: «Venerabile santo, voglio avere quello che avete voi, che vi fa considerare le pietre filosofali dei ciottoli insignificanti».

    Così il principe lasciò il suo regno per acquisire l’imperituro Regno dello Spirito.

    (Da: “Piccole, grandi storie del Maestro”, Paramhansa Yogananda)

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    – Aforismi di Yogananda
    – Self-Realization Fellowship
    – Fonte